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Le ville di valore storico conservano oramai solo il profilo estetico originario, difatti basti pensare agli usi cui vennero destinate poi successivamente, usi che vanno in totale discordanza con gli originari. Al tempo stesso il verde di pertinenza non viene nemmeno gestito adeguatamente. Inoltre la mancata fruizione in determinate ore della giornata rende insicuri questi spazi. L'insieme di questi fattori determina uno stato di degrado dell'immobile contrapposto ai suoi splendori originari.

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Soprattutto nei grandi centri urbani dove massiccia è stata l'espansione periferica, le ville storiche edificate spesso concepite come residenze estive, sono state assorbite nel tessuto cittadino, risultando così inappropriate all’ambiente urbano che le circonda. La perdita dell'impianto originale dei loro giardini, la cattiva manutenzione degli spazi esterni, gli interventi sulle strutture murarie, il colore delle facciate e altri elementi contribuiscono a determinare quella che è l’attuale situazione di criticità spesso denunciata dagli abitanti e dalla stampa locale. Se facciamo un zoom su Roma ad esempio, ci renderemmo subito conto che, a differenza di altre città europee di egual importanza, la manutenzione, la sicurezza e la ristrutturazione o altri interventi progettuali risultano notevolmente "aridi" e molte volte privi di senso se non addirittura mancanti in casi puntuali. Ovviamente mi riferisco a casi di ville storiche di ampia metratura come ad esempio Villa Ada, Villa Doria Panphili, Villa Torlonia etc etc... Interventi simili (come sopra elencati) possono molte volte anche essere giustificati (in termini di dispendio di denaro pubblico) in ville di dimensioni rilevanti come queste; se zoommiamo però ancora di più sulla città di Roma e ci avviciniamo ad esempio al IX° municipio il fenomeno appena descritto si rispecchia perfettamente su ville decisamente più piccole ma non per questo d'importanza minore. Dunque in definitiva il comune o in piccolo i municipi non sono sensibilizzati a tal punto da sapere realmente come impiegare il denaro pubblico difatti gli unici interventi applicati alle ville di questo municipio non hanno portato i esiti aspettati.


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Per quanto riguarda gli spazi aperti è necessario riprogettare ove possibile le aree verdi preesistenti oppure affiancare le medesime da nuove spazi che conservino in entrambi i casi (possibilmente attraverso un’adeguata documentazione storica) il design originale o rivisitato. Inoltre ogni municipio dovrà impegnarsi nello stendere un piano di progetto di fruizione degli spazi di ogni villa pubblica nelle ore notturne adempiendole ed esempio a mostre di vario genere installando stand sulle superfici pavimentate.

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Il territorio del Municipio Roma XI è ricco di aree verdi con ampi spazi riservati a parco pubblico, situati in punti tali del territorio da soddisfare le esigenze di tutti i residenti, in questa nostra passeggiata conosceremo meglio tre parchi di altrettanto famose Ville: Lazzaroni, Lais, Fiorelli.

Villa LazzaroniModifica

Denominazione: Villa Lazzaroni, già vigna Peromini Datazione: dopo il 1879 Ubicazione: area compresa tra via T. Fortifiocca e via Appia Nuova

La prima testimonianza di un insediamento agricolo nell'area dell'attuale villa è reperibile nella mappa del Catasto Gregoriano (1817-18): nel sito dell'attuale edificio padronale è visibile un manufatto caratterizzato da un corpo a "elle", con il lato corto superiore in corrispondenza del vicolo vicinale che dava accesso alla chiusa. L'insediamento è messo in evidenza in una carta del 1834, nella quale ricompare la stessa forma planimetrica dell'edificio con il relativo vicolo cui si raccordano alcuni tracciati poderali ortogonali in direzione delle strade principali circostanti: questa configurazione rende comprensibile un assetto viario che sarà basilare per la successiva sistemazione a giardino. Una prima denominazione dell'area compare in una carta del 1845 dove la chiusa è indicata come "vigna Peromini"; una carta del 1900 documenta invece una trasformazione del manufatto con l'aggiunta di un altro corpo di prolungamento a sud, tale da determinare una nuova pianta complessiva ad "esse". La proprietà Lazzaroni Nonostante che la denominazione "Villa Lazzaroni" compaia per la prima volta nelle piante del 1906, sembra plausibile datare l'acquisizione dell'area e la trasformazione dell'edificio da parte della famiglia Lazzaroni agli ultimi decenni del sec. XIX. Le vicende della famiglia negli anni successivi possono giustificare l'investimento di capitali nella ristrutturazione della tenuta. Tuttavia i lavori di ristrutturazione effettuati nella vigna di Pontelungo si limitano all'ampliamento del casale rustico preesistente, ad una sua moderata decorazione esterna, e, soprattutto, alla creazione di un ricco giardino padronale. Se una datazione precisa di questi interventi può emergere solo dal rinvenimento di sicure documentazioni, sembra tuttavia plausibile supporre che essi siano stati avviati e portati a compimento, nelle loro linee principali, tra il 1880 e il 1893, anno in cui lo scandalo della Banca Romana travolse la famiglia e, in particolare, il barone Michele che ne era stato l'amministratore. La proprietà Lazzaroni sembra interrompersi agli inizi del '900. Nel 1908 la Villa è utilizzata come ricovero degli orfani del terremoto di Messina, a cura dell'Orfanotrofio PioBenedettino. Al momento della notifica del vincolo monumentale, nel 1922, risulta di proprietà di un certo Giulio Barluzzi. Nella carta dell'Istituto Geografico Militare del 1949 l'edificio padronale presenta un corpo aggiunto allungato ad est che ne determina una pianta cruciforme: in quegli anni la Villa è acquistata dalla Provincia Italiana dell'Istituto delle Suore Francescane di Maria, che, oltre alla predetta modifica dell'edificio, fa costruire tra il 1960 e il 1961 i nuovi edifici della scuola e della chiesa, addossati all'edificio, che infliggono un colpo mortale alla qualità estetica della parte più pregevole del giardino padronale. Nel 1960 metà dell'area verde verso nord è ceduta al Comune di Roma: viene realizzato un muro divisorio tra le due proprietà che altera l'aspetto della chiusa e una serie di sistemazioni nella fascia pubblica snatura profondamente il suo carattere paesaggistico. Negli anni '70 l'ampliamento della via de Cesare comporterà l'arretramento del muro di cinta a nord e l'abbattimento di un portale d'ingresso: le manomissioni dell'assetto storico si protraggono fino all'acquisizione totale dell'area da parte del Comune nel 1979, con la ristrutturazione dell'edificio padronale a sede degli uffici della IX Circoscrizione. L'intervento di riqualificazione dell'edificio è incentrato sulla decorazione del prospetto settentrionale, corrispondente al lato corto del rustico preesistente già utilizzato come punto d'arrivo del vecchio vicolo vicinale, e sulla destinazione d'uso del corpo ortogonale proteso ad ovest. La piccola facciata è disegnata in stile neoclassico con portico aggettante a tre aperture, sovrastato da un terrazzo cinto da balaustre all'altezza di tre finestre corrispondenti alle aperture sottostanti, decorate da mensole, architravate e coronate da timpani triangolari. Gli spigoli del prospetto sono risaltati da finte bagnature angolari. Il corpo occidentale fu realizzato per dotare l'edificio di un gran salone da adibire a balli e ricevimenti, ed è caratterizzato da ampi finestroni ad arco e da una scalea con accesso ad una balconata sovrastante una grotta decorata in stile rustico. Alcuni caratteri architettonici, come il portico d'accesso aggettante con la terrazza balaustrata o le bugnature angolari di risalto, sono riscontrabili in edifici come Villa Miani (1873-74) o Villa Ada Savoia (1873). Il giardino è una creazione originale dei Lazzaroni: quattro fontane rustiche, a scogliera di tufo, sono sistemate nei punti cruciali del sistema viario; due, circolari, coronano gli slarghi prospettici che raccordano i diversi percorsi, altre due abbelliscono, assieme ad alcune aiuole, le aree antistanti il prospetto nobile e il salone dei ricevimenti. Questa sistemazione è già visibile, per la parte nord, in una pianta del 1911, immediatamente adiacente all'area dei nuovi "Depositi Tramways dei Castelli". Le successive carte del 1924 mostrano il giardino oramai interamente realizzato, con precisa definizione dell'area padronale: la regolarità determinata dal muro di cinta ad angolo tra la Via Appia e il "Deposito Tranvai" e dall'incrocio principale dei viali ortogonali, realizzati sugli antichi tracciati poderali, la centralità prospettica delle fontane, conferiscono alla chiuso un gusto ancora settecentesco, arricchito dalle movenze sinuose dei percorsi minori che inseriscono, insieme alle scelte botaniche di impronta esotica, elementi discreti di quel paesaggismo eclettico in voga alla fine del secolo. L'arredo del parco perfezionato da un manufatto adiacente al portale d'ingresso destinato alla guardiania, sul quale s'appoggia lateralmente un piccolo ninfeo rustico con accesso ad un ambiente sotterraneo. IL PARCO Il parco, ampio circa 50.000 mq, è una creazione originale dei Lazzaroni, concepito come ricco giardino padronale, seguendo il gusto paesaggistico eclettico tipico della fine del secolo scorso. Si possono ancora riconoscere quattro fontane rustiche, a scogliera di tufo, sistemate nei punti cruciali del sistema viario; due, circolari, coronano gli slarghi prospettici che raccordano i diversi percorsi, altre due abbelliscono, assieme ad alcune aiuole, le aree antistanti il prospetto nobile e il salone dei ricevimenti. L'accurata selezione delle essenze botaniche andrebbe collegata alle attestate competenze in materia di giardinaggio del barone Michele, chiamato a presiedere importanti commissioni pubbliche come quella nominata nel 1890 per la scelta del Direttore dei giardini comunali. Entrando da via T. Fortifiocca, alcuni vecchi ulivi testimoniano l'origine agricola della villa; dopo pochi metri un'esedra di allori (Laurus nobilis) circonda un mandorlo (Prunus amigdala) che, nonostante i 130 anni di età ancora produce i frutti. Accanto, il primo di una serie di elementi di impronta esotica scelti probabilmente dallo stesso barone Michele: una Paulownia tomentosa, albero che, come ci informa Mario Brocchi Colonna, Presidente dell'Associazione Italiana Paulownia, è importante dal punto di vista sia alimentare (le parti verdi sono state utilizzate per millenni dai popoli dell'Estremo Oriente come foraggio per diversi tipi di animali) che medicinale, conservando sostanze chimiche antagoniste a diverse infezioni specialmente delle alte vie respiratorie; i grandi e bei fiori che emette la pianta tra aprile e maggio venivano ricercati dai bambini per suggerne il dolce miele (e tra l'altro, è una pianta mellifera di tutto rispetto).In tutto il parco troviamo poi numerose conifere; pini da pinoli (Pinus pinea), pini di Aleppo (Pinus halepensis), abeti.


Villa LaisModifica

L'antica chiusa si trovava in un'area limitrofa all'Acquedotto Felice, interessata al passaggio della Marrana: il nucleo originario era caratterizzato da un edificio composto da una aggregazione di vari corpi di fabbrica, denominato "casa da vignarolo e tinello"; la proprietà risulta condivisa tra Rosa Costantini e Giuseppe Merolli. Alla chiusa sono connesse la casa di abitazione della Costantini, con una cappella privata "sotto il titolo di S.Antonio" e due "valcherie" (opifici per la lavorazione della lana) presso il corso dell'Acqua Mariana, una di proprietà Merolli e l'altra di Vincenzo Frattini. Nel 1839 il nucleo principale appare composto da tre edifici la cui disposizione a semicerchio, orientata verso la via Tuscolana e ad essa collegata da un lungo viale alberato, ricorda la tipologia "a corte aperta" cosi' frequente nelle fattorie dell'Agro romano. Nella pianta del 1845-52 la vigna risulta di proprietà "Polameroli", mentre ritorna il nome "Costantini" nella pianta del 1872-75: in essa è compresa la cappella di S.Antonio ed una cava di pozzolana, grande risorsa economica di questa parte del Suburbio; la valcheria Frattini, a testimonianza di una riconversione produttiva dell'opificio, è ora denominata "Molino S.Pio V", ancor oggi esistente come "Mulino Natalini". "Vigna Costantini" è ancora nelle piante del 1881.

Nella tavoletta dell'Istituto Geografico Militare del 1906 il nucleo centrale dei tre edifici viene a far parte degli "Orti Lais" e la valcheria Sartori diviene il "Molino Lais". Dal 1872, anno in cui la Villa Santacroce risulta di proprietà Lais, si assiste dunque al progressivo insediamento di questa famiglia romana nella zona, che porterà alla trasformazione della rustica vigna in residenza borghese suburbana, senza per questo cancellarne la funzione; una datazione certa degli interventi di trasformazione è testimoniata da un'epigrafe a memoria della dedicazione alla Vergine Madre di Dio, nel 1905, della cappella di famiglia, voluta da Filippo Lais e costruita in aggiunta ad una estremità dell'edificio principale. Il Lais (1853-1941), ingegnere idraulico e presidente del Consorzio dell'Acqua Mariana, fu erudito conoscitore di storia romana e lasciò una memoria sulla Marrana. La sua indole di studioso può spiegare la scelta puntigliosa e precisa dei motivi ornamentali utilizzati nelle decorazioni pittoriche del casino padronale: la creazione di un giardino "padronale" limitrofo al casino, la costruzione di nuovi edifici di servizio (vaccheria, garage-scuderia, serra, case d'abitazione per il giardiniere e per gli addetti alla gestione produttiva); l'organizzazione funzionale dell'antica vigna viene modificata sostanzialmente con il nucleo padronale nettamente distinto dalla campagna, chiuso in se stesso, quasi contrapposto agli spazi produttivi adiacenti. La data limite della sopravvivenza dell'area originaria della Villa è segnata dalla creazione del quartiere di abitazioni, realizzato alla meta' degli anni '50, che di fatto riduce la sua estensione a quella attuale.

Attualmente il complesso conta otto edifici di varie dimensioni con differenti destinazioni d'uso. Sull'asse secondario che originariamente collegava la chiusa al mulino (oggi Natalini) sulla Marrana, esistono tre casali di forme rustiche, due dei quali, la vaccheria, che espone una piccola targa con la data 1901, e il casale, risalgono agli inizi del '900; il terzo, anch'esso alloggio di servizio, è di epoca più recente non comparendo nella pianta del 1934. Le caratteristiche architettoniche richiamano l'aspetto rustico dei casali agricoli come pure quelle di altri due piccoli manufatti limitrofi al casino principale, la casa del giardiniere e il garage scuderia. Infine il giardino è composto da un'area circolare che comprende in se' tutti gli edifici ad uso padronale. E' costituito da aiuole curvilinee, divise da vialetti a raggiera d'andamento sinuoso e racchiuse da siepi di bosso e scogliere rustiche. L'insieme è disseminato da essenze arboree d'ampia varietà botanica e doveva avere una flessibilità d'immagine, legata alla rotazione floreale e alla disponibilità di specie esotiche. Completano l'arredo alcune fontane di semplice fattura, un'olla di cemento su basamento di cortina e un'edicola votiva modellata in stile gotico.

Villa FiorelliModifica

Le prime notizie di un insediamento nell'area, un edificio rustico di proprietà di Vincenzo Costantini, risalgono al 1818. Nel febbraio 1869 la proprietà passò a Teresa Costantini, sposa di Luigi Fiorelli, che l'ingrandì con l'acquisto di un'ulteriore, limitata porzione di terreno. Nella pianta di fine Ottocento la villa mantiene la classica struttura della proprietà rurale, con il casino padronale inserito entro un'area circolare e terreni agricoli sviluppati a raggiera attorno al nucleo centrale. Quando Raffaele Fiorelli morì nel 1903, i terreni e gli annessi fabbricati furono ereditati dalla sorella Caterina che, sei anni più tardi, li vendette alla Società Anonima Italiana Prodotti Esplodenti di Milano. In seguito con il decreto prefettizio del 29 giugno 1922 iniziò la più rilevante trasformazione di Villa Fiorelli. L'area fu espropriata per avviare la prevista edificazione del quartiere di "case economiche". Lo spazio verde della zona risultava così irrimediabilmente dimezzato. Nel luglio 1930 il Governatorato acquisiva i terreni residui della proprietà Fiorelli, con il vincolo esclusivo di destinazione a parco pubblico a uso del quartiere. Nel settembre dello stesso anno il casino padronale e gli edifici esistenti nel parco, a causa del loro pessimo stato di conservazione, furono abbattuti. L'area fu dunque trasformata, su progetto di Raffaele de Vico in una piazza - giardino: quando venne aperta al pubblico degli edifici originari non rimanevano che un piccolo rustico e il piano interrato della proprietà, che servì quale rifugio antiaereo nel corso del secondo conflitto mondiale. In anni più recenti, Villa Fiorelli ha subito numerosi rimaneggiamenti. Alla fine del 2003 sono stati avviati interventi di restauro del parco che hanno reso possibile rintracciare qualche sporadico segno dell'originaria proprietà Fiorelli. Fra le essenze arboree presenti nel parco si notano noci, carrubi, pruni, gingko biloba, e alcuni esemplari di acacia di Costantinopoli.


inserisco qui quest'articolo di giornale appena pubblicato in web perchè penso rispecchi perfettamente l umore dei cittadini del IX° municipio...fra cui il sottoscritto!

"IL GIORNALE"Modifica

n. 24 del 2009-06-15 pagina 2 Villa Lazzaroni, da nobile residenza a discarica di Gian Piero Milanetti Gian Piero Milanetti Un secolo fa, era la villa «di delizia» di una famiglia della nuova nobiltà romana. Ora, il palazzo dei baroni Lazzaroni, sede del IX municipio, è in gran parte imbrattato da scritte e scarabocchi con vernice spray. Proprio come il muro del parcheggio che il «minisindaco» della circoscrizione, Maurizio Oliva, ha fatto decorare da writer finanziati come operatori culturali. A Villa Lazzaroni, infatti, come mai dalla sua municipalizzazione (anno 1979), regna il degrado. I prati, con l’eccezione di pochi fazzoletti incolti, sono solo quelli recintati (nel 1994) per il rischio cedimenti. Tra lo spazio cani e i bagni Ama ci sono due discariche. E, poi: il bar comunale (abbandonato da anni) è devastato, panchine e cestini sono rotti. Due fontane, appena restaurate, perdono copiosamente... Né c’è traccia, infine, del sistema di videosorveglianza annunciato per la fine del 2005 e per il quale il IX municipio ha stanziato, lo scorso novembre, 100mila euro. Il degrado assedia massicciamente la stessa ex villa nobiliare. La piccola facciata neoclassica a tre aperture, sotto il terrazzo con balaustra (l’angolo più pregevole della dimora), è ormai un tatzebao in muratura per writers e per ragazzi sbandati che bivaccano sotto il piccolo porticato. Il tutto, nell’assenza pressoché totale di vigilanza, da quando, nel maggio 2001, i vigili urbani del 9° gruppo si sono trasferiti in via Macedonia, in un piano della succursalae dell’Istituto Professionale Duca d’Aosta. E tutto questo proprio sotto le finestre dell’ufficio del minisindaco Maurizio Oliva! Una sorta di contrappasso, dicevamo prima, per chi, per le attività culturali del IX municipio per l’anno 2003-2004, ha votato, col consiglio municipale, il 19 maggio 2003, la risoluzione 24 che prevedeva uno stanziamento di circa 2.500 euro, per l’iniziativa «Graffiti: gli stili di Roma». In pratica, lasciare mano libera ai writers di spruzzare vernice sul muro perimetrale interno del parcheggio circoscrizionale sul lato di via Fortifiocca. Ma i writers non si sono limitati ai muri. A lato della facciata, una statua di Maria col bambinello, è stata trasformata in una sorta di «madonna nera», con spray nero. Oltre il viale d’accesso, dietro tre transenne metalliche, ecco un pozzo creatosi per sprofondamento del terreno, mesi fa. Sempre per cedimenti, ma recintati addirittura dal 1994, due spazi di diverse decine di metri quadrati. Quello con la recinzione più fatiscente, costeggia il viale d’accesso dal parcheggio agli uffici della nona circoscrizione, a lato dell’ufficio del minisindaco Oliva. A poche decine di metri, nell’angolo est del parcheggio, una discarica di sampietrini, secchi, calcinacci, con le transenne e la rete arancione abbattute. Il degrado chiama degrado ed ecco, tra lo spazio per i cani e i bagni Ama, un’altra discarica di terriccio e materiale inerte. La ringhiera di protezione attorno alle scale che scendono alle toilette pubbliche manca di un intero quadrante. La parete esterna dei wc è ancor più imbrattata del muro del parcheggio. Tra i bagni e gli uffici dell’Ama con ingresso su via Fortifiocca, c’è un piccolo sfasciacarrozze: il furgoncino del Servizio Giardini del Comune di Roma L 075 con i vetri sfondati, è carico di lavandini di alluminio, cassette e birilli di plastica. Attorno, carrelli dei supermercati, pieni di ciocchi degli alberi della villa, birilli di segnalazione, segnali stradali. Costeggiando il lato su via Raffaele de Cesare, verso via Appia Nuova, ecco il secondo e più ampio spazio recintato. È adiacente al più grande dei due spazi per i bambini e sulla rete sono affissi i cartelli gialli di pericolo: dal 1994! Lo spazio, con la recinzione sollevata in un angolo, è utilizzata come spazio per i cani più feroci. Villa Lazzaroni dimenticata del tutto? No, qualcosa è stato fatto: le fontane con scogliere in tufo, a secco da più di dieci anni, sono state restaurate da pochi mesi. Sì, ma già perdono. Accanto all’ingresso princiale, il degrado tocca il fondo. La casupola per la guardiania, trasformata in bar, è in pieno abbandono. «È chiuso da due anni», spiega una vigilessa del nono gruppo, in servizio, su via Appia Nuova. I vetri delle finestre e della porta sono sfondati: dietro le inferriate, segate, ammaccate, forzate, si vedono, sul bancone, bottiglie spaccate, cataste di cioccolatini. Sul pavimento, secchi della spazzatura e sedie rovesciate. La porta dell’ambiente sotterraneo del retrostante ninfeo rustico in blocchi di tufo è usata come vespasiano dagli anziani che passeggiano sulla via Appia Nuova.


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