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All'interno della crescente tendenza al sedentarismo nasce un altro ambito che richiede strutture per il semiriposo: lo spazio pubblico.



L’uomo, a differenza degli animali, ha sviluppato una speciale postura di semiriposo: sedersi. Tuttavia, per tale posizione, ha solitamente bisogno di un oggetto, o almeno di un dislivello. Nella sua vita un uomo trascorre in media 100mila ore seduto, la metà del tempo che trascorre dormendo, nella cui posizione finalmente raggiunge la sensazione di totale riposo. Quella seduta è una postura che quotidianamente si assume per il riposo, lo svago e il trasporto, ma anche, sempre di più, per svolgere il proprio lavoro, sia questo intellettuale o manuale. Da un lato la strada, lo spazio pubblico, è passata da spazio di nessuno – dove si buttavano anche i rifiuti – a spazio di tutti, un luogo della città dove comunicare, ‘rappresentare’ e fermarsi: passeggiate, viali, piazze, giardini... Dall’altro l’uomo ha bisogno dello stato di semiriposo con maggiore frequenza a mano a mano che progredisce la sua tendenza al ‘sedentarismo’ e l’età avanza.



In risposta si è sviluppato notevolmente il concetto di urban design, in stretta relazione con il cosiddetto arredo urbano o arredo pubblico. Tutte le città moderne hanno un settore dell’amministrazione che ha il compito di provvedere alle sedute, alla segnaletica, ai cestini, ai guardrail, all’illuminazione, alle fontane fino alla pulizia delle strade. La strada si è trasformata in un grande salotto di tutti i cittadini e per questo deve essere attrezzata confortevolmente, ‘ammobiliata’ come di solito è ammobiliato il salotto delle nostre case. Christopher Alexander diceva: “Se i contorni non funzionano, ancora meno funzionerà lo spazio pubblico”.


Arredo urbano, Piazze, La campagna in città


Urban designModifica

La panchinaModifica

La seduta dello spazio pubblico per antomasia è la panchina. Nello spazio pubblico corrisponde al divano. È una seduta già pensata per l’uso collettivo. La sua storia risale all’antichità, ma se lo sviluppo sistematico da parte delle amministrazioni cittadine è cominciato alla metà del secolo scorso, la sua messa a punto è di oggi. Una buona panchina deve rispondere a tre requisiti principali: stabilità, resistenza e comfort. Deve essere trasportabile, stabile, fissabile al suolo, ben orientata e visibile, resistere agli atti vandalici, essere riparabile e sostituibile. Non deve presentare pericoli nell’uso. Preferibilmente dovrebbe moderare la temperatura dell’aria: evitare il freddo d’inverno e il caldo d’estate, parimenti dovrebbe respingere la polvere, non far ristagnare l’acqua piovana e asciugarsi in breve tempo. Deve resistere a tutti i tipi di carico e adattarsi a diverse strutture corporee, deve inserirsi bene nell’ambiente circostante... E tutto ciò senza essere una presenza ingombrante. In definitiva una sfida appassionante, più impegnativa se possibile del millenario impegno di progettare una buona sedia.


Diana Cabeza e la cultura sudamericanaModifica

Nella cultura sudamericana, e in particolare nella regione del Mar del Plata, si è sviluppato un modo di pensare e di progettare mai clamoroso che in architettura e nel design, si è espresso attraverso un rigore nel linguaggo formale, con artifici minimi, con la ricerca per delle soluzioni meno solenni e una tendenza permanente all’astrazione (non interpretata come l’avanguardia razionalista europea, ma in quanto economia tecnica e espressiva): insomma, un modo ‘povero’ di costruire. Le idee di Diana Cabeza per l’arredo urbano partono dall’analisi della specificità delle città latino-americane: l’uso intenso della strada, le attività ambulanti, il passeggio domenicale, le chiacchiere al caffè, in piazza o nei vicoli, la facilità di comunicazione, l’invasione degli spazi verdi (con il mare, le sedie, il calcio, i bambini, i cani). Se nella produzione di mobili per la casa il protagonismo dei materiali della regione, come il vimini o il cuoio bovino, rivelava una contaminazione con il disegno popolare, nelle sue proposte per la città la Cabeza ricorre a un ‘mix’ dei materiali massicci naturali più resistenti – come il legno duro e la pietra – assieme a profilati e metalli fusi. Ne risultano configurazioni prodotte industrialmente a metà strada tra la razionalità tecnica, l’immaginario popolare urbano e le risorse della natura della regione, in uno sforzo creativo tra mimesi e razionalità produttiva. Nell’attrezzatura delle rive del fiume sono da segnalare le panche a forma di nave, barca e cornamusa, ispirate alla storia del luogo (il vecchio porto di Buenos Aires) e disegnate in chiave moderna con il linguaggio formale e i materiali nautici, scegliendo fra le varie essenze il Lapacho argentino. Altrove, per la ristrutturazione urbana della costa del Riachuelo, è stato disegnato il modello Banda: un’allusione portuale all’ambiente del quartiere Boca a Buenos Aires, dalla forma fino al colore ossidato delle chiatte questa volta però realizzate in cemento prestampato per assicurare una manutenzione ‘zero’ in un settore marginale ora in corso di ristrutturazione. I modelli Recoleto, Sudeste e Hoja sono stati progettati per piazze, cortili o gallerie. Se il Recoleto è una versione più stretta e allungata delle nostre tradizionali panche per piazze con schienale, il Sudeste si presenta come un passo avanti dal punto di vista ergonomico e funzionale, per il suo ingegnoso prolungamento orizzontale dello schienale che invita a poggiare la testa, le braccia, un libro, il giornale, una pietanza o sederci, sia con i piedi sul sedile o dietro, con i piedi per terra. Il modello «Hoja», per contro, propone svariati usi, grazie a un disegno aperto in termini di dimensioni e di composizione di diversi elementi, con riferimenti alla natura e alla tecnologia della ghisa che, fin dall’inizio del secolo, ha caratterizzato le piazze e i giardini di Buenos Aires. Il caso estremo di questa possibilità di uso indeterminato è la panca Comunitario che, con un richiamo minimalista, aumenta i gradi di libertà e può fungere da sgabello, da letto, da panca, da tavolo da lavoro, da tavolo per mangiare o di lettura. Tra i progetti di servizi multipli vale la pena di sottolineare i moduli per le fermate dei mezzi di trasporto e più particolarmente il sistema Sudeste: una famiglia di oggetti per riposare seduti o fermi (appoggiati sui glutei o con la schiena), bere acqua, illuminare e drenare. È progettato come un ri-disegno aggiornato a oggi dell’arredo urbano centenario e storico in ghisa, recuperando questa tecnologia che resiste al tempo, alle intemperie, all’uso intensivo e al vandalismo.Tuttavia è nel campo dei progetti e degli schizzi che il volo dell’immaginazione di Diana Cabeza raggiunge la categoria del meraviglioso (perché insolito, sorprendente, poetico). Con tratto leggero, si sviluppa una sequela infinita di panche, appoggi, sdraio, lettini, brande, piani di riposo, supporti per i nostri corpi, disegnati come se avessimo lasciato precedentemente su di essi le nostre orme, a partire da impronte intime, personali, multiformi, rilassate, improvvise, casuali e indiscriminate. Supporti per il “dolce far niente”, per fermarci proprio in quel luogo, per una sosta nella voragine urbana. In quelle che lei chiama “geografie culturali e topografie utili”, troviamo ri-disegni della pampa ondulata, in ceramica, in cemento, in pietra, dove i corpi cercano di adeguarsi ai vuoti, ai gradini, ai piani inclinati dei suoli inventati, alle soavi topografie del tempo libero e dell’ozio, all’ombra o esposte al sole. In tal modo immagina le panche Picapiedras, con il porfido come ritaglio dell’altopiano della Patagonia, assieme al carrubo dei boschi del Chaco e alla presenza industriale della ghisa, fissate al suolo dei grandi spazi urbani in un gioco di “pianura su pianura”, che favorisce gli incontri casuali della vita quotidiana. Di questo spirito fanno parte anche i disegni di terminali e di stazioni, che si realizzano in uno spazio dai contorni morbidi, umanizzando quelli che l’antropologo Marc Augé chiama i “non-luoghi”, come le stazioni ferroviarie o le autostazioni, gli aeroporti, i punti di trasbordo, gli shopping center e tutti quei luoghi di forte attrito, solitudine e anonimato. Christopher Alexander diceva che: “Se i contorni non funzionano, ancora meno funzionerà lo spazio pubblico” e questi disegni di supporti murari mirano a risolvere tali difficoltà urbane. In sintesi, la produzione di Diana Cabeza si iscrive decisamente in una linea sempre più evidente del disegno latino-americano, con una preoccupazione permanente per la memoria del costruito, i materiali locali, i modi peculiari di abitare e la loro espressione contemporanea.

http://www.scribd.com/doc/8591027/DOMUS-8029803

Urban design and local economic developmentModifica

Sebbene il miglioramento della qualità architettonica è stato considerato dagli urbanisti come un'aspirazione non politica, un certo numero di governatori cittadini e politici stanno cominciando a prendere coscienza della intima relazione esistente fra Urban design e politiche economiche. Birmingham è un caso studio di un'autorità locale che ha esplicitamente riconosciuto che incrementando lo Urban design si contribuisce alla rigenerazione dell'economia locale. Il paesaggio urbano di Birmingham è stato rivisto per provare ad attrarre investimenti ed agire come catalizzatore per un risveglio economico. E' stato dimostrato come il consiglio comunale sia stato attento a coltivare una nuova immagine per la città attraverso iniziative politiche, in cui il nuovo paesaggio urbano gioca un ruolo cruciale nella trasformazione della città da una economia industriale ad una basata sul terziario, sui servizi. I nuovi paesaggi urbani delle città non sono soltanto espressione di cambiamenti socioculturali, ma giocano un ruolo attivo nella formazione dell'immagine interiore ed esteriore della città.

http://www.sciencedirect.com/science?_ob=ArticleURL&_udi=B6V9W-3XWS01V-N&_user=10&_rdoc=1&_fmt=&_orig=search&_sort=d&_docanchor=&view=c&_searchStrId=945897867&_rerunOrigin=google&_acct=C000050221&_version=1&_urlVersion=0&_userid=10&md5=c2c59e1ed0e91ac7b3aefdef906aa5eb

Verso una nuova estetica dello Urban designModifica

Con L'Utopia Praticabile, Understudio - progetto itinerante all'insegna delle interazioni fra arte e architettura - si è addentrata nelle problematiche e nella complessità relazionale degli ambiti metropolitani, mantenendo fede, così, al proprio assunto iniziale di attivare sinergie e collaborazioni non solo tra autori, ma anche fra campi disciplinari diversi, teorici ed operativi, secondo un principio che ispiri un'arte ed un'architettura come processo e qualità diffusa. L'iniziativa si incentrava su Roma, città da sempre in bilico tra passato e presente, articolandosi in due momenti: il primo, al MAXXI, con gli autori e la presentazione diretta dei progetti da loro elaborati; il secondo in un evento espositivo con sede nel Museo H. C. Andersen (artista che con la collaborazione dell'architetto E. Hèbrand lavorò sul concetto di utopia in termini realizzabili con l'idea di una città come luogo permanente di confronto di varie realtà nazionali dove confluissero necessità produttive e bisogni umani). Il termine di utopia che la manifestazione voleva rilanciare si addice, quindi, sia al sogno di Andersen, sia alle operazioni degli artisti e degli architetti, nonché dei mediatori culturali che vi partecipano, secondo la sua ambigua etimologia: ovvero come "non luogo" e luogo del compimento della felicità, dove, come in ogni realtà pianificata, il tutto e la parte dovrebbero essere pensati per il bene del singolo e della comunità insieme. L'utopia praticabile pone l'attenzione su quelle problematiche e dinamiche generate dal continuo modificarsi dell'identità metropolitana, guardando ad auspicabili trasformazioni sociali responsabili nella prospettiva di una nuova estetica urbana capace di incidere realisticamente su una riprogettazione delle politiche culturali nei termini di una nuova sperimentazione. La manifestazione è stata un confronto a vari livelli attraverso installazioni, progetti, video, fotografie, performance, documentazioni) che ha aperto a un'ipotesi di attraversamento tra vari campi disciplinari attraverso otto gruppi di ricerca che hanno elaborato proposte che vanno dalla periferia più estrema agli spazi interstiziali o di cerniera fino al centro della città (che di fatto non ha più un centro), nelle quali il teorico si interfaccia con l'artista e l'architetto e ne media la relazione: si determina cosi un serrato confronto che ha dato luogo a progetti, analisi, letture, interpretazioni, ascolti, ipotesi più o meno percorribili nei termini della realizzazione, ma tutte praticabili come dispositivi di trasformazione o parametri di consapevolezza della complessa e problematica realtà metropolitana. L'attenzione si focalizza sulla plausibilità dello scambio comunicativo, sul concetto di interazione testato sul campo nelle sue effettive possibilità che si giocano sul terreno comune di una città concepita non solo come ultima trincea di sopravvivenza, ma come luogo emblematico di relazione per nuovi orizzonti urbani alla luce della molteplicità irriducibile della vita e del mondo contemporaneo. L'obiettivo de L'utopia Praticabile era quello di attivare, attraverso l'auspicabile anche se complessa integrazione dialettica fra architetto e artista, veri e propri laboratori di ricerca sul campo, che assolvano le varie ottiche e letture (sociologiche, urbanistiche, estetiche, antropologiche, poetiche, strutturali) della città; di contribuire alla definizione e ridefinizione di spazio urbano, che significa occuparsi concretamente dei contesti del vivere secondo modalità e termini flessibili ed in divenire. Un approccio senza modelli o soluzioni astratte, che non intende imporre né proporre macrosegni "moderni" arroganti e solipsistici artistici o architettonici, ma soprattutto proporre soluzioni senza confini in assoluto ed in particolare fra arte, architettura e urban design. La caduta delle categorie in quanto tali, ma non delle funzioni, può pertanto fornire indicazioni per una pacifica rivoluzione socio-spaziale, per una sorta di "ecodesign" globale e molteplice che tenga conto delle diverse identità storico culturali e delle nuove differenze che spesso sono interne ad una stessa città. L'utopia praticabile è una mostra che non voleva esporre la città, ma manifestarsi come città e funzionare in quanto tale, per cui l'atto artistico ed estetico diventano metafore dell'esperienza urbana e della condizione molteplice e desultoria della vita che si manifesta con tratti di alterità spesso indecifrabile e spaesante. Lo sforzo di scavare in questa alterità, di farla propria e di farci i conti, accomuna artisti ed architetti portandoli a scavalcare barriere disciplinari e rispettivi campi di azione proponendo due tipologie d'intervento: l'esplorazione in termini etnografici o romantici, situazionistici e l'esperienza collettiva; la metropoli come luogo erratico e della visionarietà e la città come luogo dell'incontro e dello scontro; lo spazio dello scarto poetico e il luogo comune del sociale, comprendenti in sé varie possibilità di incroci e sovrapposizioni.

http://www.archphoto.it/IMAGES/ferri/ferri1.htm



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