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Molte aree urbane marginali risultano in un totale stato di abbandono e degrado oppure vengono utilizzate abusivamente da privati trasformando il paesaggio della città. Spesso la causa è la totale o parziale assenza di intervento, da parte dell’Amministrazione Pubblica, nella regolamentazione dell’utilizzo di tali spazi.'


Definizione generale:Per orto urbano si intende un appezzamento di terreno destinato alla produzione di fiori, frutta, ortaggi per i bisogni dell’assegnatario e della sua famiglia.

Definizione urbanistica: Si definiscono orti urbani i piccoli appezzamenti di terra per la coltivazione ad uso domestico, eventualmente aggregati in colonie organizzate unitariamente. Nelle aree ad orti urbani, l’indice di utilizzazione fondiaria (Uf) previsto per la realizzazione di tutte le opere edilizie è pari a 0,05 mq/mq, comprensivo degli edifici esistenti.

Componenti. Gli orti urbani sono comunemente costituiti da: • Superfici coltivabili • Elementi di servizio (strutture per il ricovero degli attrezzi e per la raccolta dei rifiuti vegetali, servizi igienici e spogliatoi, strutture per la socializzazione e la didattica, cartelli informativi) • Elementi di protezione/delimitazione (tettoie e pensiline, arbusti e cespugli, recinzioni e cancellate…) • Impianti di irrigazione • Percorsi di distribuzione interna • Aree di parcheggio, piazzole di carico/scarico.

Tratto da:Regolamento Urbanistico Edilizio Comune di Bologna [1]

Nelle metropoli moderne esistono piccole ma numerose e importantissime realtà: gli orti urbani. Queste esperienze sono in grado di porre rimedio, seppur a livello microscopico, alle storture del sistema consumistico e capitalistico: costituiscono dei polmoni verdi per le metropoli industrializzate, educano a pratiche ambientali sostenibili, rispondono all'esigenza di "fare comunità" e offrono un'alternativa alle categorie sociali emarginate dalla società moderna. L'orto può costituire un’alternativa su piccola scala alla grande agricoltura intensiva, basata su ritmi di coltivazione innaturali, sull’ampio utilizzo di pesticidi, fitofarmaci, fertilizzanti, strumenti atti a conseguire il massimo rendimento per etta

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ro in termini di produzione. Ma i risvolti positivi in termini ambientali non si fermano al rifiuto della pratica intensiva e alla coltivazione di prodotti sani; gli orti urbani costituiscono un fondamentale polmone verde per le città e contribuiscono spesso al recupero di aree degradate, sporche e abbandonate della metropoli. Infatti l'orto urbano è quasi sempre recintato con materiali di recupero che fungono principalmente da impedimento psicologico. Questo tentativo di proiettare un'illusione di proprietà, genera invariabilmente aree molto scadenti da un punto di vista estetico, ad esclusivo appannaggio di chi “gestisce” abusivamente l’appezzamento. Al di là di considerazioni prettamente paesaggistiche, bisogna tener conto anche degli eventuali svantaggi che possono venire a crearsi.Non sono da sottovalutare i problemi igenico-sanitari ed ambientali che la mancanza di una corretta gestione degli orti implicano, quali, ad esempio, la messa a coltura di specie allergeniche (Vicia faba) in prossimità di aree ricreative o di passaggio, oppure l'uso di antiparassitari e diserbanti che possono ulteriormente compromettere le condizioni fisico-chimiche della falda.


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Le motivazioni risultano essere molteplici, si possono comunque focalizzare principalmente sull’abbinamento di alcuni aspetti:

- L’espansione del tessuto urbano in modo, a volte poco controllato e selvaggio che ha portato ad una rapida trasformazione dei luoghi periferici della città ,lasciando spazi abbandonati.

- Le modeste estensioni di terreno che vengono “gestite” abusivamente da privati creando delle piccole coltivazioni a scopo esclusivo di autoconsumo.

- Il cambiamento dei ritmi di vita sia lavorativa, sia familiare che hanno trasformato e spostato gli interessi degli individui della comunità portando a volte all’isolamento totale delle fasce cosiddette deboli (soprattutto anziani) viste spesso come pesi.

- Il fattore economico che prevale nella scelta degli interventi da parte dell’Amministrazione Pubblica alimentando il fenomeno dell’iniziativa privata incontrollata.

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====== Gli spazi esistenti dovrebbero essere controllati e riqualificati. Sarebbe opportuno, preliminarmente effettuare un censimento di questa tipologia di aree e individuare nuove aree verdi urbaane e periurbane da destinare alle attività ortive (lungo le rive dei fiumi, lungo le reti ferroviarie o tracciati viari o all'interno di piazze), per poi procedere ad una regolamentazione comunale tenuto conto delle varie esigenze e cercando quindi una concertazione tra pubblico e privato, per far si che ci sia una collaborazione reciproca. Successivamente offrirne gratuitamente l’utilizzo ai cittadini predisponendo dei bandi per l'assagnazione, naturalmente le persone con un reddito inferiore alla media avranno aggevolazioni.' ======



piazze, verde urbano, la campagna in città



Storia degli Orti Urbani tratto da Valerio Merlo, Voglia di Campagna, 2006.  Modifica

Per capire il rinnovato interesse per la coltivazione dell’orto, bisogna tornare indietro con gli anni. Fino all’epoca pre-industriale si può dire che ad ogni fase di crescita urbana si sia accompagnata una proporzionata crescita del patrimonio verde e dei campi a coltura. Gli orti erano piuttosto comuni in tutte le grandi città, ad esempio Roma manteneva un aspetto paesano ancora alla fine del XIX secolo. In Italia il minimo storico della coltivazione amatoriale dell’orto è stato raggiunto negli anni Sessanta e Settanta. La coltivazione di orti all’interno delle città era una vera anomalia; l’orto in città divenne simbolo di una condizione sociale ed economica inferiore, un elemento di degrado paesaggistico. Come i picchi minimi del numero di orti urbani sono collocabili nei venti anni di boom economico successivo al Secondo Dopoguerra, la rinascita dell’interesse per la coltivazione dell’orto coincide con la crisi economica che ha colpito l’Europa a partire dagli anni Ottanta. Ma alla base della coltivazione amatoriale dell’orto in tempi attuali non è tanto la necessità di fare economia quanto il desiderio di “sapere cosa si mangia”. È proprio di questi ultimi venti anni una rinascita di una vecchia istituzione, quella degli “orti senza casa”, cioè di orti allocati all’interno del tessuto urbano, che non appartengano a chi li coltiva, ma proprietà di associazioni o delle amministrazioni comunali ed assegnati a coltivatori non professionisti. Il fenomeno nasce a Lipsia, in Germania, verso la metà del XIX secolo, con i kleingarten riservati ai bambini, ma trova il suo aspetto più interessante nei jardins ouvriers (giardini operai) francesi nati alla fine dell’Ottocento. Nei trent’anni del boom economico successivo al Secondo Dopoguerra i jardins ouvriers vissero un periodo di declino, segnato da trascuratezza e disordine. Ma già a partire dagli anni Ottanta si assistette ad una rinascita, prodotta principalmente dall’interesse e dalla collaborazione delle autorità, locali e nazionali. In Italia il Fascismo aveva promosso l’iniziativa dell’ “orticello di guerra”, nel quadro della “battaglia del grano” e della ruralizzazione degli italiani che Mussolini perseguiva. Negli anni Trenta anche l’America conosceva l’esperienza dei relief gardens (orti di soccorso) e durante la Seconda Guerra Mondiale quella dei victory gardens. Dopo la Guerra gli orti urbani subirono un declino, fino ai primi community gardens che nacquero intorno agli anni Settanta, nel corso dei quali alcuni gruppi di cittadini, recuperarono zone abbandonate a se stesse, degradate e fatiscenti, per riportarle a nuova vita. L’iniziativa si diffuse velocemente in tutte le grandi metropoli statunitensi e canadesi, ma purtroppo le finalità economiche e politiche finirono per prevalere su quelle naturalistiche ed ecologiche. In questa seconda fase c’è una maggiore diversificazione dei beneficiari dell’orto, non solo operai e gente di basso ceto, ma anche impiegati, insegnanti, e professionisti. L’Italia, oltre la parentesi fascista, non ha una storia associativa riguardo agli orti urbani. La creazione di orti urbani è sempre stata originata da iniziative individuali, l'occupazione spontanea di aree marginali; piccoli appezzamenti di terreno con scopo esclusivo di autoconsumo. Questi orti sono quasi sempre recintati con materiali di recupero che fungono principalmente da impedimento psicologico generando aree molto scadenti da un punto di vista estetico. Al di là di considerazioni prettamente paesaggistiche, bisogna tener conto dei problemi igenico-sanitari ed ambientali che la mancanza di una corretta gestione degli orti implicano, quali, ad esempio, la messa a coltura di specie allergeniche in prossimità di aree ricreative o di passaggio, oppure l'uso di antiparassitari e diserbanti che possono ulteriormente compromettere le condizioni fisico-chimiche della falda. E’ per queste ragioni che secondo le statistiche per la totalità degli intervistati gli orti non possono convivere con la città perchè sono antiestetici e danno un aspetto decadente.È proprio di questi ultimi venti anni una rinascita di una vecchia istituzione, quella degli “orti senza casa”, cioè di orti allocati all’interno del tessuto urbano, che non appartengano a chi li coltiva, ma proprietà di associazioni o delle amministrazioni comunali ed assegnati a coltivatori non professionisti. Il fenomeno nasce a Lipsia, in Germania, verso la metà del XIX secolo, con i kleingarten riservati ai bambini, ma trova il suo aspetto più interessante nei jardins ouvriers francesi. I jardins ouvriers (giardini operai) sono un fenomeno nato alla fine dell’Ottocento dall’attività di Monsignor Jules Lemire. Egli fu non solo uomo di chiesa, ma anche professore e uomo politico di grande statura. Durante i suoi trentacinque anni di mandato alla Camera dei Deputati ottenne molte riforme per la protezione per gli operai e i lavoratori. Nel 1899 chiese l’istituzione del Ministero del Lavoro, che fu costituito nel 1906. Nel 1896 fondò la Ligue Française du Coin de Terre e du Foyer (divenuta in seguito Fédération Nationale des Jardins Familiaux), che aveva come scopo quello di favorire l’accesso degli operai alla proprietà della casa. L’intento di Monsignor Lemire non era unicamente materiale, ma anche morale: coltivare l’orto era non solo una risorsa economica ed alimentare, ma anche un modo sano e retto di passare il proprio tempo libero in compagnia della propria famiglia, a contatto con la natura e al riparo della tentazione dell’ alcolismo, allora molto diffuso. La filosofia del jardin ouvrier è sintetizzata nel famoso motto dello stesso Lemire: “Il giardino è il mezzo, la famiglia è lo scopo”. L’Italia, oltre la parentesi fascista, prontamente chiusa e rimossa, non ha una storia associativa riguardo agli orti urbani. La creazione di orti urbani è sempre originata da iniziative individuali, disorganiche, spesso abusive, mal tollerate se non apertamente disprezzate od osteggiate dagli abitanti dei quartieri in cui si trovano. A tutt’oggi le statistiche rivelano che per la totalità degli intervistati gli orti non possono convivere con la città, che sono antiestetici e danno un aspetto decadente, “di paese”. Insomma, che il posto dell’orto è la campagna, mentre la città è il luogo del giardino e del parco. I tenutari degli orti sono considerati dei poveracci, dei parassiti della società, improduttivi, quasi dei “barboni”. Il declino dell’orticoltura ornamentale negli anni Sessanta e Settanta è stato la conseguenza del disprezzo per ogni forma di economia domestica imposto dalla cultura industriale e urbana, ma anche dalla nascita di altri modi per impiegare il proprio tempo libero. Deleteria a tal riguardo è stata la televisione, tanto che la storia dell’orto in Italia si può dividere in epoca pre e post-televisione. A ciò va aggiunto il processo di democratizzazione della vacanza al mare. Infatti in quegli anni alla rispettabilità sociale e familiare conferita da un orto o un giardino ben tenuto, si sostituisce quella del “mese al mare” , ovviamente incompatibile con il mantenimento di un orto, interrompendo così la secolare tradizione di un giardino come segno di distinzione sociale delle classi più agiate, e dell’orto come una prerogativa di quelle meno abbienti.


Alcune esperienze di orti urbani in Italia Modifica

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L’esperienza si sta sempre più diffondendo sia nelle piccole realtà che nelle grandi metropoli, nata con lo scopo di favorire l’aggregazione sociale, l’impiego costruttivo del proprio tempo libero recuperando un rapporto diretto ed attivo con la terra e la natura, la trasmissione di conoscenze e tecniche naturali di coltivazione. Si tratta in genere di piccoli lotti di terreno (tra i 40 e i 65 mq.) di proprietà comunale da adibire ad orti e giardinaggio ricreativo ed assegnati in comodato ai cittadini richiedenti. Le coltivazioni non hanno scopo di lucro e forniscono prodotti destinati al consumo familiare. Tra le esperienze italiane promosse finora ci sono quelle delle Amministrazioni Comunali di: Alba (Cn), Bologna, Firenze, Genova, Livorno, Milano, Buccinasco (Mi), Bresso (Mi), Cinisello Balsamo (Mi), Lacchiarella (Mi), Muggiò (Mi), Peschiera Borromeo (Mi), Vedano al Lambro (Mi), Napoli, Padova, Palermo, Pesaro, Pisa, Rimini, Roma, Savona, Torino, Chieri (To), Chivasso (To), Grugliasco (To), Orbassano (To), Rivoli (To), Saronno (Va), Settimo Torinese (To),Treviso,Eboli(Pa) e molte altre.


E' da rilevare che mentre la maggior parte delle Amministrazioni Comunali assegnano aree verdi in modo regolamentato, ossia creando appositi Bandi approvati mediante delibera di Consiglio comunale, il Comune di Roma non ha, almeno momentaneamente, alcuna regolamentazione. Esistono delle proposte a livello di comitati di quartiere o associazioni in qualche Municipio romano, ma a tutt'oggi nulla è ufficiale. Per quanto riguarda la Regione LAZIO esiste una Proposta di legge (n. 318 del 5 settembre 2007) inerente: DISPOSIZIONI PER LA PROMOZIONE DEGLI ORTI URBANI[2]


In data 30/09/08 l’Associazione Nazionale Comuni Italiani e l’Associazione Italia Nostra hanno firmato un Protocollo d’intesa per favorire il trasferimento delle conoscenze tra Comuni e la diffusione delle iniziative volte alla valorizzazione e riqualificazione degli orti urbani[3]

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Esempi di Regolamento degli orti:

Parco Nord Milano sito [[4]]


Comune di Sesto San Giovanni (MI) - Disciplina per l’ assegnazione e la gestione degli orti urbani [5]



Orti Urbani e Compostaggio Domestico in città03:25

Orti Urbani e Compostaggio Domestico in città

Gli orti urbani di Reggio Emilia


















Alcune esperienze di orti urbani nei paesi Europei ed Extra-Europei Modifica

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Il ritorno alla coltivazione dell’orto anche in città è un fenomeno recentissimo: sino a pochi anni fa, era l’ultima moda delle feste dei divi di Hollywood invitare gli ospiti a cena ed offrire le primizie coltivate sulla propria terrazza o veranda, tanto che nel 2005 un’inchiesta del settimanale “L’Express” ha incluso l’orticoltura tra le settanta pratiche dell’odierno snobismo. In Gran Bretagna la Ong che si occupa della gestione del patrimonio culturale della Gran Bretagna, di assegnare appezzamenti compresi nelle terre delle dimore storiche del Regno Unito ai cittadini che hanno espresso il desiderio di coltivarsi in proprio frutta e verdura. La decisione del National Trust è maturata di fronte ad una lista d’attesa di oltre 100 mila persone che hanno fatto richiesta di “allotment”, cioè di piccoli appezzamenti di terra ad uso agricolo spesso situati nel centro delle città. "Capital growth" è il nome della recente campagna avvita dal sindaco di Londra per trasformare zone derelitte e spazi di risulta della città in progetti comunitari di coltivazione di frutta e ortaggi alo scopo di fornire alle comunità locali cibo naturale prodotto in loco. Il progetto (attraverso l'attivazione del contributo in terreni richiesto a scuole, aree residenziali, aziende e singoli cittadini)consiste nell'offerta di un supporto tecnico e finanziario alle comunità interessate ad avviare esperienze di autosufficienza alimentare all'insegna della sostenibilità. La previsione ambiziosa è di creare entro il 2012 nuovi spazi produttivi in oltre 2000 aree urbane. Questa accelerazione tutta britannica verso gli orti in città è in realtà inserita in una tendenza presente da decenni in molti Paesi europei: in Svizzera o in Germania gli orti urbani costituiscono vere e proprie fasce verdi, in Olanda fanno parte integrante della progettazione dei grandi parchi urbani. Negli Stati Uniti, a New York dal 1978 esiste Green Thumb, un’associazione patrocinata dal Dipartimento dei Parchi che ha l’obiettivo di risanare zone degradate riconvertendole in orti urbani, i quali forniscono prodotti ortofrutticoli per mercatini biologici comunitari; oggi negli Stati Uniti il "terrace garden" sta appassionando molti con insalate e pomodori che crescono anche sui tetti di grattacieli e case di New York, San Francisco, Boston, tanto che nel 2008 la 'Burpee Seeds', la più grande azienda americana di sementi, ha venduto il doppio rispetto all'anno precedente.

Sempre negli Stati Uniti, a Los Angeles, l'architetto Fritz Haeg nell'ambito della sua attività professionale ha creato gli Edible Estate ("giardini commestibili") di Salina in Kansas e di Lakewood nella California meridionale. Con questi progetti Haeg propone di sostituire il prato americano con un paesaggio domestico commestibile. Gli ortaggi che si coltivano nei cortili, sostiene Haeg, ricreano un rapporto tra l'uomo e le stagioni, i cicli organici della terra ed il vicinato. "Lo spazio banale e senza vita del prato uniforme antistante la casa sarà sostituito dall'abbondanza caotica della biodiversità".
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Il rapporto tra gli esseri umani e l'ecologia della terra rappresenta il nucleo concettuale di tutte le attività di Haeg. Le immagini rappresentano l'orto prototipo del progetto Edible Estate, situato in un sobborgo di Los Angeles.

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Diversa, ma altrettanto interessante, l'esperienza in Canada, a Montrèal, dove si è effettuato un progetto sociale per mobilitare le persone attorno ad un progetto di orto collettivo applicato ad alcuni quartieri della città. Martha Stiegman ha creato una guida pratica per la creazione e l’animazione di un orto collettivo intitolata “Al cuore del nostro quartiere” [6]




Orto urbano: L'impostazione di Donadieu Modifica

Utilizzato nei paesi in via di sviluppo, il concetto di urban agriculture designa tutte le attività agricole intra- e periurbane con finalità principalmente alimentari. Nei paesi progrediti, esso caratterizza quelle modalità di valorizzazione agricola che tengono conto della domanda economica, ecologica, sociale e culturale del mercato cittadino vicino ai luoghi di produzione. Questa domanda concerne prodotti alimentari (circuiti brevi di commercializzazione, raccolta diretta nei campi), servizi pedagogici (visite alle fattorie), ecologici (riciclo di rifiuti urbani, depurazione dell’aria, protezione delle aree di incanalamento dell’acqua mediante prati), turistici (agriturismo industria alberghiera) e ricreativi (tutela e valorizzazione dei paesaggi rurali, caccia, pesca, giardini minimali, frequentazione per diporto). L’agricoltura urbana si distingue sia da quella rurale, indifferente alla vicinanza della città, sia da quella periurbana, tradizionalmente focalizzata sui soli mercati dei prodotti freschi e fragili (orticoltura, floricoltura). La pianificazione di campagne urbane attorno alle città presuppone il ricorso a forme di agricoltura urbana, ma anche periurbana e rurale, e soprattutto la capacità di costruire relazioni sensibili con lo spazio rurale, tali da consentire la definizione di una nuova ruralità non più limitata alle mere attività agricola e forestale. L’idea di parco di campagna si ricollega dunque a quella dei parchi agrari ottocenteschi, ma esige di essere ripensata in funzione delle aree urbane del terzo millennio. (Pierre Donadieu)


L’Agricoltura urbana si propone, dunque, come strumento di riqualificazione delle periferie, per il miglioramento della qualità paesaggistica dei luoghi urbani e della vita sociale nella città. Partendo da questa definizione e sulla spinta del rinnovamento culturale favorito dalla Convenzione Europea del Paesaggio si può arrivare attraverso anche l’uso dell’orto urbano, coinvolgendo ed incentivando il cittadino, ad un cambiamento e rinnovamento del paesaggio urbano.

Orti privati nel giardino pubblico in Danimarca negli anni '50Modifica

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Le immagini si riferiscono ai Giardini di Naerum Vaenge di Copenhagen.

Disegnato dal paesaggista Theodore Soresen per un nuovo insediamento residenziale realizzato a nord di Copenhagen negli anni ’50, si tratta di un complesso di 50 orti destinati agli abitanti degli appartamenti vicini. Il principio si richiama agli Schraebergaerten, piccoli giardini realizzati in Germania a partire dagli inizi del ‘900, concepiti come orti e spazi aperti per le famiglie residenti negli edifici sociali a più piani e privi di spazi verdi. Ogni orto di 80 mq ha una forma ovale ed è delimitato da una siepe alta 1.70 m. All’interno le casette sono tutte uguali ma dipinte di colori diversi e gli orticoltori gestiscono l’orto in autonomia. L’insieme, di grande rigore formale, è un giardino partecipato a gestione mista, infatti tra un orto e l’altro gli spazi sono curati dal Comune e aperti al pubblico. “L’andamento ondulato e l’uniformità di trattamento del terreno, la linea curva delle siepi di ogni orto (che contiene una vegetazione esuberante al suo interno) conferiscono all’insieme una forma dinamica, che si sperimenta come costantemente mutevole […] si tratta di un modo di restituire, in forma stilizzata, il carattere del paesaggio danese.” (L.Latini).

Tratto dal libro: Agricoltura urbana

dagli orti spontanei all’Agricivismo per la riqualificazione del paesaggio periurbano [[7]]




Curiosità: Spaventapasseri nel parco di Milano Modifica

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Verso la fine degli anni ’80, vennero realizzati all’interno del parco Nord di Milano, 35 orti , posizionati nelle fasce del parco più vicine alla città, secondo strategie funzionali per il benessere della comunità. E’ stato stipulato, un apposito regolamento degli orti, che ne ordina la gestione e la rivitalizzazione. Data l’esperienza che è sostanzialmente cresciuta riguardo a questo argomento, è stata creata una monografia “Orti: racconti di vita tra gli ortaggi” (Dalla Francesca V. e D'Alessandro F) che si trova gratuitamente. L’idea della realizzazione di questi orti, è ben presto diventata educativa, in quanto crea un rapporto tra utente e natura. Nel Parco Nord di Milano, è stata allestita una curiosa manifestazione di Spaventapasseri. Figure estrose, colorate e sicuramente oggetto di nuovo design. È stato indetto un vero e proprio concorso, per riportare alla luce le tradizioni contadine, "MisSpaventa". Un tripudio di colori e originalità, all’interno di una grandissima metropoli come Milano.



Urban forestry Modifica

Nei paesi anglosassoni la disciplina che si interessa del verde urbano è conosciuta come urban forestry, (letteralmente: "forestazione urbana"), quasi ad indicare come le aree verdi possano proporsi come oasi di ruralità entro gli ambiti urbani, con una sottolineatura della wilderness delle aree verdi inserite in un "arido" edificato.

Proprio con riferimento ai modelli culturali della sostenibilità delle aree urbane e al ruolo del verde dentro le città potrebbe essere significativa la riscoperta - almeno nelle aree urbane meno degradate, ma anche e soprattutto nei centri più grandi - degli orti urbani, che sono oggetto (soprattutto oltreoceano, dove si parla di urban agriculture) di un movimento di riscoperta di un’agricoltura self-made, pienamente in linea con gli obiettivi dell’Agenda 21.

Gli orti urbani hanno fatto parte integrante della cultura architettonica europea con le cosiddette città giardino, eliminate nell’arco di poco più di un secolo da poche generazioni di architetti e ingegneri modernisti (e più in generale da una cultura industrialistica dell’edilizia e dell’urbanistica) che hanno privilegiato il mattone e il cemento più che gli elementi di inserimento e di valorizzazione dell’ambiente (anche urbano), cancellando un elemento culturale presente nelle città europee sin dal medioevo.

Si deve sottolineare anche l'importantissimo ruolo del verde dal punto di vista bioclimatico, visto che l'evapotraspirazione prodotta dalle piante può contribuire ad una sensibile mitigazione della temperatura estiva nelle aree urbane.



Orti didattici Modifica

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L'orto didattico nasce con lo scopo di avvicinare i giovani alla conoscenza e al piacere del coltivare la terra. Un insegnante di orticoltura e giardinaggio guida i ragazzi nelle attività teoriche e pratiche sul terreno; ad ogni bambino viene data la possibilità di coltivare un pezzo di orto con metodi di agricoltura biodinamica, curarlo, seguirne la crescita nel corso dei mesi e, ovviamente, raccoglierne gli ortaggi prodotti. La coltivazione di un orto scolastico é un’attività adatta a sviluppare la consapevolezza delle connessioni, dei principi di base dell’ecologia. Attraverso la coltivazione dell’orto i bambini arrivano a comprendere, ma soprattutto a vivere, i fenomeni legati alla rete della vita e ai cicli della natura, opposti ai sistemi industriali-commerciali che sono invece lineari. Un sistema lineare genera l’ossessione per una crescita economica illimitata, ben oltre ogni bisogno. Si è indotti ad aggiungere sempre nuove unità, si forma il pregiudizio che tutte le cose debbano crescere all’infinito. In un sistema ciclico, invece, si comprende che ogni cosa ha la sua stagione, che mentre alcune cose crescono, altre devono di necessità decrescere. Un sistema lineare, come quello industriale, genera rifiuti, un sistema ciclico reintegra ogni cosa all’interno del flusso energetico, senza mai lasciarsi dietro rifiuti inquinanti. Inoltre, attraverso la coltivazione si impara che l’orto è racchiuso in sistemi più ampi che sono a loro volta reti viventi con i loro cicli. Dato che sono gli stessi bambini a progettare e coltivare l'orto (con l’aiuto degli insegnanti), sviluppano un grande senso di proprietà e ne hanno grande cura. Si svolgono nella pratica i cicli alimentari e si impara il ruolo delle piante verdi nel flusso di energia di sistemi più grandi. Il ciclo dell’acqua, il ciclo delle stagioni e gli altri cicli sono tutti collegati alla rete planetaria della vita. Si diventa consapevoli che noi stessi facciamo completamente parte della rete della vita, come tutti gli altri esseri viventi.

Ci sono diverse iniziative in Italia: la scuola di Via Siderno a Milano ha un proprio sito[8], il sito scuolacreativa [9]al suo interno ha creato una rete italiana di orti didattici contenente le tante esperienze scolastiche significative.



Orti e apprendisti giardinieriModifica

In questo articolo dell'inserto D di Repubblica un'interessante rassegna di Paolo Crespi sulle ultime esperienze di micro orti urbani in Italia.File:Apprendisti giardinieri.pdf


Conferenza internazionale sull'orticoltura urbana a ImolaModifica

L'orticoltura urbana sta trovando una sua propria collocazione disciplinare e riconoscimento scientifico. Nel giugno del 2009 l'Università di Bologna organizza la seconda conferenza internazionale sull'argomento. [10]



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agricivismoModifica

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La passione di portare anche sui terrazzi e sui balconi, le verdure i fiori che normalmente si trovano solo fuori città coinvolge quasi quattro italiani su dieci, che nel tempo libero, per hobby e oggi anche un po' per necessità, si dedicano all'orto o al giardino, appena fuori da casa, con benefici sorprendenti.Secondo le previsioni demografiche dell'Onu, nel 2030 i due terzi degli abitanti del pianeta vivranno nelle città, e già nel 2007 la popolazione urbana del pianeta ha superato quella che vive nelle zone rurali. Oggi, nonostante i dati e le tendenza in atto, sembra stia avvenendo un fenomeno contrario, con la campagna che ritorna nelle città, comparendo un po' ovunque sui tetti, sui terrazzi, sui balconi e nei giardini delle metropoli. Lo storico dell'urbanistica statunitense Richard Ingersoll in "Sprawltown", pubblicato in Italia dove risiede, ha definito questo moto inverso "agricivismo" , quasi un ossimoro. Sostenendo con questo, la funzione sociale dell'orto in città, svilendo quella meramente estetica. "L' agricivismo richiede la partecipazione attiva dei cittadini, e questa partecipazione rende più "urbano" ogni spazio perché crea legami sociali, può rispondere a un fabbisogno locale, può coinvolgere le parti più deboli delle società. E può insegnare ai bambini, che hanno un'idea industriale del cibo, da dove vengono le cose che si mangiano."Orti urbani" quindi come risposta alla sicurezza e all'educazione alimentare, ma anche strumenti sociali per rompere la vita della città. Il dato di fatto, comunque è significativo e se ne sta parlando sempre di più, anche forse in un momento come questo, dove la crisi globale, tiene banco, il fenomeno della coltivazione diretta in città, sembra essere una delle risposte. Quando nacquero le prime forme di orti urbani, però rispondevano solamente alla "domanda sociale di paesaggio", riservando ad un elite che viveva ai piani alti dei palazzi nelle grandi metropoli la possibilità/sfizio di averlo. Poi si è passati a soddisfare la domanda attraverso forme di miglioramento diretto del paesaggio urbano, con l'installazione di aree verdi laddove a risiedere era solo il cemento, vedendo nascere un movimento internazionale di giardinieri d'assalto riuniti sotto la sigla Guerrilla Gardening. Il fenomeno ora è stato preso in seria considerazione dalla Coldiretti, che ha pubblicato alcuni dati in merito, sdoganando definitivamente la pratica metropol/agraria, valorizzandone tutti gli aspetti, compresi quelli sociali legati alla salute. "Una opportunità disponibile non solo per chi dispone di spazi all'aria aperta ma - precisa la Coldiretti - anche di semplici terrazzi grazie all'offerta di piante di varietà adatte alla coltivazione in vaso. Non solo dunque piante, fiori, basilico, rosmarino e mentuccia, ma anche pomodori, zucchine e lattuga". "Le novità offerte sul mercato per preparare l'orto in terrazzo - afferma sempre la Coldiretti - sono molte e non c'è che da scegliere tra peperoni, cetrioli, melanzane, peperoncini piccanti dalle mille forme, rotondi, a cono, a campana, pomodori con i frutti piccoli e dolci, fagiolini e ogni tipo di ortaggio capace di crescere in vaso. Si tratta - continua la Coldiretti - in alcuni casi di varietà nane ottenute naturalmente attraverso incroci, mentre altre volte si tratta di normali prodotti dell'orto che si adattano a crescere anche in spazi ridotti come i vasi." Inoltre, elaborando alcuni dati dello studio dell'Università di Uppsala in Svezia durato 35 anni ed ora pubblicato sul British Medical Journal di marzo, si evince che chi fa giardinaggio o un' attività sportiva di modesta intensità guadagna circa un anno di vita rispetto chi rimane inattivo; ma chi raggiunge livelli di attività più intensa può guadagnare oltre due anni anche se l'impegno deve durare almeno dieci anni prima di vedere un effetto statisticamente significativo. In Italia sono sempre piu' numerosi i comuni che mettono a disposizione piccoli appezzamenti da assegnare per la coltivazione soprattutto a pensionati, e le regioni dove il fenomeno è più diffuso sono il Veneto, Valle d'Aosta, e Friuli Venezia Giulia; negli Stati Uniti l'orto in terrazzo sta appassionando, secondo la Coldiretti, l'upper class con insalate e pomodori che crescono anche sui tetti di grattacieli e case di New York, San Francisco, Boston, tanto che nel 2008 la "Burpee Seeds", la più grande azienda americana di sementi, ha venduto il doppio rispetto all´anno precedente. In Gran Bretagna il National Trust che si occupa della gestione del patrimonio culturale del Regno Unito, ha messo a disposizione dei cittadini mille appezzamenti di terreni in grado di produrre 2,6 milioni di cespi di lattuga. L'attività dell'entomologo dell'Università di Bologna, Gianumberto Accinelli, fondatore del progetto Eugea ( Ecologia Urbana Giardini e Ambiente) che attraverso il sito dell'associazione (http://www.eugea.it/) spiega come fare giardini sia un modo di cambiare il presente partendo dal basso. Infatti Eugea porta avanti progetti che legano alla partecipazione diretta dei cittadini qualsiasi percorso, dimostrando che non si può delegare solo alla politica, la tutela dell'ambiente. Il tema orti e giardini, nel sito viene trattato molto bene, lavorando a rompere quel concetto che vede ancora diffusa in Italia l'associazione tra l'arredamento e le piante sminuendo e di fatto rinunciando a tutte le loro utilità.

Fonti: Coldiretti, Eugea .[11]


ortoterapiaModifica

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L’ortoterapia è una nuova terapia alternativa, capace di migliorare lo stato di salute degli individui, sia da un punto di vista prettamente organico, che psicologico. La ‘Horticultural Therapy’ è nata nei paesi anglosassoni, dove la natura è da sempre molto amata. Tutti gli inglesi infatti hanno un piccolo pezzettino di terra davanti e dietro le loro abitazioni e sono abituati dunque sin da piccoli a curare il giardino o l’orto. L’ortoterapia comprende l'attività di giardinaggio, la coltivazione di piante e di ortaggi, attività queste che permettono la cura dell’ansia attraverso la stimolazione dei sensi del tatto, dell’olfatto e della vista. Tutti noi sappiamo quanto faccia bene una passeggiata nel bosco o in un parco cittadino quando si è molto stressati e stanchi: la semplice visione degli alberi e dei colori dei fiori riesce a risollevare il morale anche ai malati, ai disabili ed ai depressi. Se tutto questo è vero, si può comprendere come un rapporto attivo con la natura possa ulteriormente favorire le proprietà terapeutiche naturali dei luoghi ‘verdi’. Così come gli animali, utilizzati nella ‘pet therapy’, la ortoterapia lavora con un materiale ‘vivente’: le piante e serve per curare particolari disabilità o il semplice disagio (stress, depressione, ansia, vecchiaia, tossicodipendenza, stato di detenzione ecc.). Nei ‘giardini terapeutici’ si trova o si ritrova la fiducia nelle proprie capacità di far vivere, crescere e curare un essere vivente, si sviluppa un metodo di lavoro, che consente di raggiungere un obiettivo, rappresentato dalla crescita della pianta. Fornisce dunque nuove motivazioni e nuovi stimoli ed in questo senso, è in grado di dare un sostegno molto importante a persone che soffrono di gravi patologie, come quelle che hanno semplicemente 'il male di viverè. Molto importante è anche il lavoro di gruppo nell’ortoterapia, che può facilitare la socializzazione (autismo, stati paranoici, handicap fisici ecc.). Un altro aspetto positivo di questa terapia ‘verde’ è il fatto che richiede uno sforzo fisico, anche se limitato ed è dunque utile nei casi di astenia o nelle convalescenze.Data la grande quantità di ricerche che si stanno producendo sull’argomento in Canada, in America ed in Gran Bretagna è ormai nata la figura dell’’ortoterapista’, che si occupa della progettazione dello spazio verde dove curare i pazienti: è lui che stabilisce le dimensioni ottimali e l’orientamento del parco, la scelta delle piante più adatte, nonché gli strumenti e gli arnesi più adeguati da offrire ai pazienti, in relazione al loro problema.In Italia non esiste ancora un ‘garden’ progettato ex novo per praticarci l’ortoterapia, ma vengono, in alcune case di cura ed in alcune comunità, utilizzati i parchi già esistenti. E pensare che i ‘giardini all’italiana' sono famosi in tutto il mondo ed hanno abbellito, sin dal rinascimento, le ville ed i palazzi di tutti i nobili europei… Ma gli anglosassoni amano sicuramente la natura più di noi ed è forse per questo che hanno pensato a questa cura, forse così banale, ma anche così efficace: un po’ l’uovo di Colombo. Le piante consigliate in terapia sono in genere le piante da fiore e quelle aromatiche, perché stimolano rispettivamente la vista e l’odorato; per stimolare il senso del tatto vanno bene le piante con foglie pelose. Il professor Roger Ulrich dell’Università del Texas, responsabile del Center for Health Systems and Design Colleges of Architecture and Medicine, in base alle sue ricerche sull'argomento ha potuto constatare che, prendendo due gruppi di pazienti il più possibile omogenei quanto a età, patologia e peso corporeo, il gruppo che gode di una ‘vista verde’ si riprende molto più rapidamente dall’operazione chirurgica, essendo meno stressato e più carico psicologicamente. Se anche queste ricerche si rivelassero incerte o poco scientifiche, possiamo comunque affermare che sicuramente l'ortoterapia non ha controindicazioni, né effetti collaterali, per cui è senz'altro un ottimo rimedio per chi vuole curarsi con metodi naturali.

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