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Il secolo scorso, segnato dallo sviluppo e dal progresso è, purtroppo, anche il secolo dell‘urbanizzazione selvaggia, dell‘abusivismo e della distruzione della continuità storica e ambientale del territorio.


Una serie di circostanze legate allo stato di degrado e di abbandono hanno dato luogo a casi di abusivismo di ogni genere. Oggi più che mai il restauro, la prevenzione, la conservazione e la salvaguardia sono l’unica garanzia per tutelare il paesaggio e perpetuarlo negli anni futuri, riconoscendo il valore di ogni sua componente, affinché nell’insieme esso possa essere un bene culturale e una risorsa non soltanto economica ma soprattutto educativa.

Per il mantenimento naturale dei parchi vi sono tra i principali protagonisti il Centro di Cooperazione del Mediterraneo dell'IUCN e l'UNEP-MAP ma sono tantissimi gli enti, associazioni, gestori di parchi, organismi internazionali che portano avanti un importante lavoro in comune tra le aree protette. Molteplici sono i provvedimenti adottati per la prevenzione e per il restauro dei beni verdi. Ad esempio nel 2003, l'Accordo di Durban del Congresso Mondiale dei Parchi organizzato in Africa dalla WCPA-IUCN, sollecita un impegno "per estendere e rafforzare i sistemi di aree protette in tutto il mondo, stabilendo le priorità secondo le minacce immediate che pesano sulla diversità biologica e sul patrimonio naturale e culturale" e "per inserire le aree protette tra gli obiettivi generali dello sviluppo”. Tra il 2004 e il 2005 si realizzano numerosi incontri che portano, nel 2005, alla presentazione dell'appello alla collaborazione tra i parchi per una Federazione dei Parchi del Mediterraneo. La cooperazione tra Federparchi ed altri enti promotori continua ad operare, attraverso progetti ed iniziative comuni, per valorizzare al massimo la rete di relazioni e collaborazioni messa in atto in questi anni di lavoro, nell'attesa che si creino le necessarie condizioni favorevoli alla creazione della Federazione.


Una buona soluzione potrebbe essere quella di realizzare una zonizzazione mirata, e basata sulle caratteristiche del parco, distiguendo zone con un piu' alto grado di naturalita' dalle altre zone con grado di naturalità inferiore (magari quelle di confine) e quindi "destinabili" all' utilizzo cittadino, alla realizzazione di strutture e alla fruizione del parco stesso. Poichè è proprio in questo che si riscontrano troppe volte delle discontinuità che ledono i legami fondamentali di buon utilizzo del territorio.



Pattern Relazionati:

Corridoio ecologico; Rete ecologica; Abusivismo edilizio nel parco dell'Appia Antica; Manutenzione del verde pubblico; Sistema dei percorsi; Utilizzazione degli immobili all'interno del parco; Criticità specie a rischio; Ripristino ecologico del parco della Caffarella; La campagna in città; La salvaguardia delle specie vegetali; Tutela della biodiversità; Greenways; Abusivismo; Acqua e fonti; Acquifero; Ripristino ecologico del parco urbano; Verde urbano; Verde Urbano 2



INTRAPRENDERE LA TUTELA DEI PARCHIModifica

La più importante finalità è quella di fornire delle indicazioni su come possa essere perseguito uno sviluppo improntato sulla sostenibilità ambientale, economica e sociale nell’area del parco destinata ad essere tutelata mediante un parco naturale. Dopo aver definito il concetto di sviluppo sostenibile, verrà evidenziatoil legame che può sussistere tra il perseguimento di un tale genere di sviluppo e le aree protette, analizzando le finalità per le quali queste ultime vengono istituite e le modalità con cui è organizzabile la loro gestione. Con l’analisi dei principali strumenti normativi, esistenti oggi a livello internazionale, comunitario e statale, volti a promuovere e regolare la tutela e la protezione ambientale. Si restringerà poi il campo d’azione alla legislazione, statale e soprattutto regionale, che interessa direttamente il parco, tentando di evidenziare quelli che vengono in genere ritenuti i punti di forza e di debolezza di tali norme. Verrà quindi dato un rapido sguardo alle caratteristiche morfologiche e naturalistiche dell’area in esame, per poi soffermarsi sulle azioni che l’uomo ha esercitato sul territorio nel corso della storia. Queste ultime hanno necessariamente uno stretto legame con le attività economiche tradizionali e con gli assetti giuridici che le comunità locali hanno instaurato nelle terre da essi abitate. Successivamente dovranne essere attentamente analizzate le possibilità di sviluppo socio-economico dell’area interessata, riguardanti principalmente le attività agro-silvopastorali e il turismo, che, in una zona cittadina, costituiscono evidentemente dei settori-chiave. Per quanto concerne in particolare le attività turistiche verrà suggerito come un turismo sostenibile, ecologico, culturale, appaia l’unico tipo di turismo in grado di valorizzare le peculiarità della zona e l’unico capace di coniugarsi efficacemente con la conservazione della natura. Infine si cercherà di comprendere a quale punto si sia attualmente giunti nel processo, protrattosi ormai per troppi anni, che dovrebbe portare all’istituzione del Parco. Si analizzeranno così le diverse proposte avanzate e i diversi scenari che si potranno prospettare in un futuro sperabilmente non troppo lontano e che vedono come situazione ideale l’istituzione di un area protetta o comunque una gestione in stretta collaborazione con la Repubblica Italiana.

SVILUPPO SOSTENIBILE E PARCHIModifica

Promuovere lo sviluppo sostenibile significa impegnarsi affinché le politiche ambientali si inseriscano e caratterizzino tutte le scelte e le politiche del settore, ciò implica la necessità di un cambiamento di mentalità, degli stili di vita e di consumo. Per promuovere uno sviluppo sostenibile è necessaria la sensibilizzazione non solo dei politici e degli amministratori, ma anche dei fruitori, nonché consumatori, delle risorse naturali. Per questo occorre necessariamente operare anche nella formazione e nella promozione delle risorse ambientali. Queste sono anche le Direttive emanate dalla Comunità europea nel "Programma politico d'azione a favore dell'ambiente e di uno sviluppo sostenibile" (G.U.C.E., C 138, 17 maggio 1993) Lo sviluppo è "reale" solo se migliora la qualità e ciò presuppone "la conservazione dell'equilibrio generale e del patrimonio naturale, la ridefinizione di criteri e strumenti di analisi costi/benefici nel breve, medio e lungo periodo e il valore socio-economico reale dei consumi e della conservazione del patrimonio naturale e una distribuzione e un uso più equi delle risorse tra tutti i Paesi e le regioni del mondo". Potrebbe essere molto interessante cercare di capire quale rapporto sia oggi instaurabile tra il concetto di sviluppo sostenibile e quegli strumenti istituzionali che rientrano nelle definizioni di “parco” e “riserva naturale”. Il primo aspetto che va sottolineato è che si tratta di argomenti per i quali le considerazioni da svolgere e le definizioni da dare mutano continuamente nel tempo. Pochi grandi temi, infatti, come quello del rapporto dell’uomo con l’ambiente, si arricchiscono ogni giorno di nuove problematiche e di nuove soluzioni. In realtà, parlando di sviluppo sostenibile, benché il riferimento all’ambiente sembri quello più scontato e immediato, va sicuramente colta una visione di più ampio respiro. Lo si può intuire già dalla definizione “ufficiale”, che appare nel famoso “Rapporto Brundtland”, redatto nel 1987 da un’apposita commissione delle Nazione Unite. Lo sviluppo sostenibile è definito come “…lo sviluppo capace di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Ma lo si nota meglio dalle definizioni più recenti, che parlano di uno “sviluppo capace di garantire nel tempo il soddisfacimento dei bisogni dell’intera società umana, compatibilmente con le capacità di carico del sistema ambientale” (Ecoistituto, 1998, p.16). Da questa visione traspare come non ci si possa limitare ad una sola dimensione, quella strettamente ambientale, ma si debba fare riferimento ad uno sviluppo che sia sostenibile anche dal punto di vista economico e sociale. Questo semplicemente perché ciascuna di queste tre dimensioni è essenziale, se si vuole immaginare un concetto di sviluppo olistico e non più dicotomico. In passato era infatti prevalente una visione che contrapponeva in maniera netta lo sviluppo economico e l’ambiente e li considerava come due realtà inconciliabili. La novità sta proprio nel vedere il rispetto dell’ambiente come uno dei presupposti fondamentali dello sviluppo, e quindi il ruolo della questione ambientale diviene, da esogeno, endogeno. Si può ben comprendere che, tuttavia, avere assunto questi importanti paradigmi servirebbe a ben poco se ai concetti non seguissero i fatti. Un capitolo fondamentale in questo senso è stato scritto nel 1992 a Rio de Janeiro, alla Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo(UNCED). Qui più di cento capi di stato e di governo hanno potuto discutere, per la prima volta in modo globale e sistematico, dei rapporti tra lo sviluppo socio – economico e l’ambiente. Uno dei risultati più importanti e noti del “Summit di Rio” è stata l’adozione formale dell’Agenda 21, un massiccio piano d’azione rivolto a tutta la comunità internazionale, che offre raccomandazioni e suggerimenti di carattere operativo al fine di favorire in maniera concreta il perseguimento dello sviluppo sostenibile. Benché appartenga alla sfera della “soft law”, cioè non preveda nessun obbligo giuridicamente vincolante, è l’espressione di impegno politico sulla cooperazione internazionale in tema di ambiente al più alto livello che sia mai stato raggiunto, e per questo di importanza storica mondiale (Ecoistituto, 1998).

LEGGE REGIONALE DEL 6 OTTOBRE 1997 n.29 - LA RISERVA NATURALE DELL' INSUGHERATA. Modifica

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Come esempio vorrei di seguito riportare un' altro grande parco naturale sito all'interno del comune di roma che rende l'idea di cio' che sto esprimendo. Con l'approvazione della Legge Regionale del 6 ottobre 1997 n.29 è stata istituita la Riserva Naturale dell'Insugherata. L'importanza di questa data - che indica l'istituzione di undici Riserve Naturali all'interno del Comune di Roma - è grandissima. Si protegge infatti un territorio di enorme valore naturalistico che ha la particolarità di trovarsi all'interno di un'area urbana. Una città come Roma si trova finalmente ad essere valorizzata anche per la sua Storia Naturale: in qualche modo, un completamento della tradizionale immagine di Roma, storica ed archeologica.

RAPPORTO TRA AREE PROTETTE E SVILUPPOModifica

Che ruolo possono avere le aree protette all’interno di queste ottiche di sostenibilità? Si può forse rispondere paragonando le teorizzazioni sullo sviluppo sostenibile e l’evoluzione delle concezioni riguardanti le aree protette a due corsi d’acqua che, pur partendo, nei tempi e nelle logiche, da punti fra loro lontani, finiscono man mano per confluire in un corso unico. Va infatti detto che gli obiettivi per i quali i parchi e le riserve naturali sono nati e si sono inizialmente diffusi c’entrano ben poco con discorsi legati allo sviluppo socio-economico. Nella seconda metà dell’800, quando nacquero i primi Parchi, le motivazioni prevalenti erano estetiche: si volevano tutelare i valori panoramici e scenici del paesaggio, e veniva privilegiato uno sfruttamento turistico di luoghi spettacolari: “for the benefit and enjoyment of the people” - recita la celebre epigrafe del parco di Yellowstone. Solo più tardi, grazie anche allo sviluppo delle scienze che studiano la natura, come l’ecologia, l’idrobiologia, ecc., si sviluppò la consapevolezza dell’importanza delle aree protette come luoghi di conservazione e di tutela degli ecosistemi e della biodiversità, da perseguire con metodi scientifici. A dire il vero, in Europa una valenza scientifica più che fruitiva fu quella prevalente fin dai primi tempi, ma anche qui l’accento era posto sulla sottrazione dalle azioni umane delle “bellezze naturali”, in cui dunque era ancora il valore estetico quello più tenuto in considerazione (Barbero, Furno, 1988). Lo spirito che prevalse successivamente, per lungo tempo, fu quello di una conservazione piuttosto rigida, in cui si cercava, nell’area protetta, di minimizzare l’accesso, la fruizione e la trasformazione da parte dell’uomo. Certamente permanevano (e tuttora permangono) delle notevoli differenze nella concezione di parco tra tutte quelle realtà, caratteristiche soprattutto del continente americano, in cui le aree protette sono costituite da ampi territori in cui la presenza umana è minima, e quelle realtà, tipiche di molte regioni europee, caratterizzate da spazi esigui fortemente antropizzati, in cui, quindi, è massimo lo sfruttamento di tipo privatistico, secondo le regole del mercato. In queste ultime il modello di tipo americano è sempre stato difficilmente impostabile. La filosofia di una conservazione rigida e perseguita con metodi necessariamente autoritativi trova la sua origine nella già richiamata bipolarizzazione uomo – ambiente, natura – cultura. Questa dicotomia, ritenuta fino ad anni recenti ineluttabile, deriva a sua volta, come si può facilmente intuire, dai crescenti processi di urbanizzazione, di industrializzazione e di sfruttamento e modificazione tecnologica dell’ambiente caratteristici dell’epoca industriale. Appare chiaro, da tutti i ragionamenti finora portati avanti, che il superamento di questa visione dicotomica ha tratto impulso da quegli stessi profondi cambiamenti socioculturali che hanno permesso di lanciare, a livello internazionale, il concetto di sviluppo sostenibile. Questi cambiamenti sono stati capaci di influire sugli atteggiamenti e i comportamenti personali e collettivi, influenzando alla fine anche le decisioni politiche in tema di protezione ambientale. Essi si possono sintetizzare nella graduale affermazione, nella coscienza collettiva, dei “diritti dell’ambiente”; nella rifioritura dei valori etnolinguistici e dei localismi, come parte del patrimonio territoriale e quindi ambientale della collettività; nel nuovo atteggiamento verso la natura, sempre meno ispirato ad una sopraffazione antropocentrica (Gambino, 1996). E’ poi probabile che le dichiarazioni internazionali, le politiche pubbliche e soprattutto le campagne informative abbiano un effetto positivo di feedback nell’accrescere a loro volta tali atteggiamenti nella coscienza sociale. In questa nuova ottica, in cui, all’interno dei parchi, viene definitivamente superata l’antinomia conservazione – sviluppo, le aree protette non possono che inquadrarsi come degli strumenti privilegiati di perseguimento dello sviluppo sostenibile. Anzi, le interferenze antropiche non vanno più considerate necessariamente – e questo discorso vale in misura nettamente maggiore in Europa – in termini di “alterazioni” negative agli ecosistemi, ma possono assumere l’aspetto positivo di modellazioni del paesaggio, di notevole valore culturale e storico, o addirittura di azioni capaci di ricostruire dei valori naturalistici. Viene subito in mente l’esempio dell’Olanda, dove storicamente le azioni umane sul paesaggio sono state di straordinaria importanza. A questo punto può sorgere un’obiezione, basata sul fatto che, almeno allo stato attuale delle cose, parchi e riserve costituiscono comunque delle porzioni di territorio tra di loro non collegate, ovvero delle “isole” protette in un mare non protetto, mentre la stessa nozione di sostenibilità presuppone, per sua stessa natura, una forma di sviluppo compatibile che non può procedere, geograficamente, “a salti”. Una possibile risposta si può dare ricordando una dichiarazione fatta nel 1990 dalla Commissione dei parchi nazionali e delle aree protette dell’IUCN che afferma come sia indispensabile “…integrare i parchi in un più vasto sistema di pianificazione regionale”. Questo concetto viene poi ribadito anche dalla Dichiarazione di Caracas nel 1992. L’esperienza ha permesso di constatare come sia opportuno prevedere innanzitutto delle zone di tutela attorno al parco che facciano da cuscinetto tra l’area protetta e l’esterno: le cosiddette “buffer zones”, o “aree contigue”, o “pre-parchi”, o “zones périphériques”. Tuttavia si è visto che queste misure possono risultare insufficienti nel contrastare l’azione degli edge-effects, che sono appunto gli effetti negativi che le pressioni esterne alle aree protette generano, manifestandosi ai loro margini o ai loro bordi e rivelandosi spesso disastrosi sugli ecosistemi delle stesse. Ciò ha portato, nei primi anni Novanta, alla proposta di una Rete ecologica europea secondo il programma “Natura 2000”, definito dalla direttiva CEE 92/43 del 1992. Il progetto prevede appunto una rete internazionale di habitat naturali protetti, collegati tra di loro da “corridoi di connessione ecologica”. Presupposto del successo dell’iniziativa è che ogni stato formi proprie reti ecologiche regionali e nazionali come parte della rete europea (Gambino, 1994). A questa risposta, di carattere operativo, al problema dell’isolamento reciproco delle aree protette nel perseguimento di uno sviluppo sostenibile, se ne può aggiungere un’altra, che risiede, se vogliamo, su un piano più “filosofico”, ma è utilissima per inquadrare i parchi in una logica coerente di protezione. Si tratta di riconoscere alle aree protette un valore rappresentativo e simbolico, “…una funzione ‘retorica’ di rappresentazione e comunicazione socioculturale.” I modelli di sviluppo attuati all’interno dei parchi possono esplorare e anticipare soluzioni allargabili poi anche all’esterno, facendo divenire i parchi una sorta di “punti di eccellenza” (Gambino, 1994 e 1996). Ed è soprattutto in questo senso che andrebbe intesa l’espressione chiave usata in precedenza, quella che vede parchi e riserve naturali come strumenti privilegiati di perseguimento della sostenibilità; cioè nella loro veste di esempio e di guida, sia in un ambito operativo che in quello mirante ad un aumento della consapevolezza, nella coscienza sociale, delle tematiche legate al nuovo rapporto che deve essere instaurato tra uomo e ambiente.

LA RIFORMA DEL 1992 - ANALISI DEGLI EFFETTI E L' EVOLUZIONE DEI TERRITORI FRAGILIModifica

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La gestione delle aree naturali e rurali è largamente determinata dalle politiche agricole che orientano così l'evoluzione di questi territori. La riforma della politica agricola comune nel 1992 ha contribuito a migliorare il reddito degli agricoltori, a limitare la delocalizzazione delle produzioni, l'estensione generalizzata delle coltivazioni e l' utilizzazione massiccia degli agenti chimici. Ciò nonostante i suoi effetti non hanno sempre potuto essere soddisfacenti per l' evoluzione delle aree agricole sensibili e per l'equilibrio e la protezione degli ambienti naturali.

- La maggiorazione del reddito apportata dagli aiuti per ogni ettaro coltivato (SCOP) o beneficiante del diritto a produrre, ha spinto all'ingrandimento delle aziende agricole, a detrimento di aziende di dimensioni più modeste che avrebbero potuto mantenersi in un altro contesto. Ciò ha contribuito alla devitalizzazione di territori fragili quali sono i parchi naturali (nei quali le aziende sono sovente di più piccole dimensioni), alla concentrazione della produzione e dell' attività, alla riduzione dell' occupazione, per giungere ad un indebolimento dell' economia locale. Un recente studio francese (Consiglio generale del Genio agricolo delle Acque e delle Foreste) dimostra che la concentrazione degli aiuti diretti e l' aumento di reddito per un numero ristretto di aziende non compensano l' effetto della riduzione sensibile del numero di aziende. Per di più questa spinta all' ingrandimento delle aziende incoraggia l' uniformarsi dei sistemi di produzione sulle colture incentivate, cosa che limita la diversificazione che è, essa si, creatrice di valore aggiunto per i territori.

- La determinazione delle superfici di riferimento (SCOP) e l'orientamento degli agricoltori a beneficiare del massimo incentivo possibile, hanno portato alla scomparsa di elementi fondiari non premianti quali le siepi, i boschetti e così via. Questi elementi sono tuttavia indispensabili al funzionamento degli agriecosistemi e sono spesso caratteristici dei nostri paesaggi agricoli.

- Nel campo dell'allevamento (specialmente bovino) i meccanismi di aiuto introdotti dalla riforma sono all'origine della distorsione della concorrenza e di linee importanti in favore della concentrazione e dell'intensificazione della produzione: premio al mais in silo e ai cereali intraconsumati rispetto alla superficie foraggiera, produzione di giovani bovini maschi rispetto alle altre categorie di animali. Queste distorsioni hanno largamente contribuito a limitare la portata delle misure in favore dei modi di produzione più estensivi e più rispettosi dell' ambiente. Le misure d'accompagnamento, così come le misure agroambientali costituiscono un primo avanzamento della politica agricola comune in favore dell'ambiente. Esse hanno permesso di limitare, in certi settori, gli effetti negativi più sopra richiamati. Esse hanno soprattutto dimostrato che gli agricoltori sono pronti ad impegnarsi su di un terreno contrattuale per una gestione più attenta dei territori naturali sensibili. Tuttavia, con un budget che rappresenta meno del 3% dell' ammontare degli aiuti diretti versati agli agricoltori (nel caso della Francia), questa politica agroambientale non può considerarsi al livello del valore ambientale dei territori agricoli. Di conseguenza ci sembra indispensabile che la nuova riforma della politica agricola comune sia realmente tale da riequilibrare il sostegno pubblico a favore dell' ambiente e della promozione di un' agricoltura e di una gestione forestale durevoli, che contribuiscano al mantenimento delle specificità locali ed alla valorizzazione dell' insieme delle attività rurali.

I PARCHI NATURALI ABITATI: TERRITORI DI SPERIMENTAZIONE E DIMOSTRATIVIModifica

Zone rurali fragili, il cui equilibrio tra attività agricole e conservazione del patrimonio naturale, culturale e paesaggistico è precario, i Parchi naturali abitati dell'Unione Europea permettono di comprendere le problematiche locali, i bisogni del territorio e le eventuali inadeguatezze delle politiche pubbliche. Essi hanno una funzione diagnostica e permettono di mettere il dito sui limiti delle politiche che vi sono condotte.

- Poiché essi sono più attenti delle altre aree dell'Unione Europea agli squilibri della gestione, proponiamo che i Parchi naturali servano da luoghi di sperimentazione e di dimostrazione dell'evoluzione della politica agricola e rurale.

- Proponiamo anche che i Parchi naturali siano interlocutori privilegiati per la sperimentazione di misure nuove concernenti in particolare l' agricoltura, le sue funzioni di gestione dello spazio e di mantenimento del tessuto rurale, di modi di gestione del territorio più rispettosi dell'ambiente e, più in generale, dello sviluppo durevole. A questo proposito i diritti patrimoniali a produrre, le misure silvoambientali o il condizionamento degli aiuti possono essere le prime misure ad esservi sperimentate.

- Chiediamo che questa missione sia ufficialmente riconosciuta all' insieme dei Parchi naturali abitati dell' Unione Europea. Questa missione di sperimentazione sarà tanto più efficace quanto più i parchi abitati d' Europa lavoreranno in rete. Noi intendiamo condurre un lavoro di cooperazione transnazionale per approfittare e far approfittare delle esperienze fatte nelle differenti regioni d'Europa da una parte e per perseguire una maggiore armonizzazione delle politiche pubbliche europee dall' altra.

PIANIFICAZIONE E CONTINUITA' AMBIENTALEModifica

In Europa e nei vicini stati dell’Est i concetti legati alla reticolarità ecologica e alla continuità ambientale stanno diffondendosi rapidamente all’interno delle politiche di pianificazione territoriale. Pur a diversi stadi di consolidamento e di attuazione possono citarsi iniziative in corso già da alcuni anni in Belgio, Francia, Cecoslovacchia, Albania, Danimarca, Estonia, Germania, Ungheria, Lituania, Polonia, Portogallo, Russia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Inghilterra, Olanda e Italia. Lo sviluppo di tali iniziative è da collegarsi, oltre che a qualche caso di autonoma sensibilità politica nazionale, soprattutto alla emanazione delle direttive CEE 79/407/EC (Birds Directive) e 92/43/EC (Habitats Directive) che riguardano specificatamente le esigenze di mantenimento della biodiversità attraverso la conservazione di habitats naturali in vario modo interconnessi alla scala paneuropea. Lo studio e la sperimentazione di interventi di mantenimento e di ripristino della continuità ambientale si sta sviluppando in almeno due forme riconoscibili. Una di queste è legata ai criteri di connessione tra le diverse tipologie di verde urbano e di verde dell’hinterland in aree metropolitane (es. Barcellona, Roma, Milano, Budapest, Londra, Berlino) e rivolta alle esigenze umane di qualità della vita, nonché ad esigenze di specie animali comunque residenti in questi ambienti fortemente antropizzati. Una seconda forma del tema è quella invece delle ecoconnessioni in area vasta, in ambienti seminaturali o ancora naturali strategici per la presenza di specie di importanza internazionale. In ambedue i casi un consistente contributo metodologico e concettuale proviene dalle esperienze di quelle greenways e greenbelts molto studiate e utilizzate negli USA fin dai primi anni ’80. La tendenza europea è quella di costituire reti ecologiche nazionali (es. Paesi Bassi, Polonia), integrando le due tipologie connettive, pur conservando ad esse gli esclusivi attributi funzionali, coinvolgendo tutti gli spazi territoriali ancora suscettibili di ruoli biologici come aree protette a vario titolo, acque superficiali, siti diversi soggetti a norme di non trasformabilità, frammenti di territorio con utilizzazioni ecocompatibili(boschi, incolti, alcune forme agricole), in modo da ottenere configurazioni geografiche continue o puntualmente diffuse (stepping stones). In Italia l’argomento si è sviluppato significativamente solamente da qualche anno e si contano ancora relativamente pochi contributi di studio e ancor meno di applicazione. L’ attenzione verso le problematiche che questo tema apre in sede di pianificazione territoriale è stata rilevante fin dal principio e attualmente ancora attrae una prevalente quota di interesse degli addetti ai lavori. Del resto è evidente che nel nostro paese, stante la stretta commistione dei sistemi antropico e naturale, le implicazioni di un eventuale network ecologico nazionale interferiscono a tutti i livelli della programmazione delle trasformazioni e dell’uso dei suoli. Il particolare ruolo del piano quale strumento di garanzia verso la continuità ambientale, per poter poi supportare l’importante sistema delle ecoconnessioni alla base della struttura relazionale ecologica del paese, va sempre più chiarendosi grazie a contributi disciplinari assortiti che sono intervenuti in già numerose occasioni di confronto scientifico. Gli obiettivi delle ricerche in corso di sviluppo sono stati fin dall’inizio attinenti due campi distinti: l’azione del piano per individuare, e poi conservare o ripristinare, le connettività delle reti ambientali sul territorio e le modalità di orientamento e di programmazione degli usi all’interno delle aree protette, quando queste non siano più intese quali organismi insulari, bensì elementi polari delle reti ambientali stesse. In merito al primo campo operativo interviene la necessità di riconsiderare, nell’ ambito delle dinamiche trasformative, il ruolo di alcune forme d’uso del suolo come gli incolti e degradati a vario titolo, generalmente associate ad elevate potenzialità di modificazione. Più in generale questa riconsiderazione dovrà riguardare tutti quei siti che, non tradizionalmente suscettibili di tutela istituzionale, in quanto non sono sedi fisiche riconosciute di emergenze naturalistiche localizzate, rivestono però possibili funzioni ecologico-relazionali non ancora indagate. Il secondo punto di approfondimento attiene il tema della pianificazione delle aree protette, e sta conducendo gradualmente alla revisione delle tecniche consuete di zonizzazione dei parchi mediante la ormai datata “struttura zonale concentrica”.

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