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Condivisibile o meno la necessità di ricorrere a linee di separazione per stabilire un confine ,se si analizzao le tecniche e i modi utilizzati ,si riscontra che sono poche le forme conosciute.Per separare ad esempio ; aperto e chiuso ,parco e marciapiede , area gioco e area relax , vi è l'assenza nello spaziare per trovare soluzioni innovative rispetto a quelle adottate fin'ora.



Per delimitare nello stesso ambiente funzionalità differenti , si ricorre sempre all'utilizzazione di forme di separazioni fisiche;che costituiscono per chi le impone ,SICUREZZA nel considerarle magari, INVALICABILI. Per chi si ritrova dentro o fuori da quel perimetro stabilito non da lui, rappresentano soltanto un grande OSTACOLO soprattutto VISIVO,non riuscendo piu a percepire ciò che resta dall'altro lato.

Osservando la situazione del IX municipio,che non si distacca minimamente da quelli circostanti,si riscontra che le forme piu utilizzate restano le solite recinzioni in tubolari di ferro che il tempo segna e rovina, apparendo arruginite e invecchiate. Si trovano le vecchie staccionate in legno,messe li da anni e lasciate a se stesse in tutto questo tempo. Nel caso di separazioni tra proprietà privata e non,si assiste al modo piu barbaro per farlo, alti muri in mattoni con recinzione protettiva sovrastante in filo spinato. TUTTO QUESTO,non fa percepire quello che è il proprio scopo,ma non interaggendo omogeneamente con il contesto,destano incuratezza e degrado.



Utilizzare elementi totalmente naturali;che inviti gli utenti ad entrare,piu che scegliere da che parte stare.Cio che sembra piu opportuno è non entrare in contrasto con la natura del luogo ;inserendo la LAND ART,come strumento per non creare un effettivo stacco tra le due aree che si vogliono delimitare.


rapporto tra pubblico e privato nel parco,barriere architettoniche,verde privato non accessibile

CONFINI COME DELIMITAZIONI NELLA STORIA         Modifica

Barriera di separazione israeliana 150jpg.jpg
La segnatura del territorio occupato da una popolazione si fa risalire ai tempi antichi. Gli oggetti utilizzati per demarcare il territorio erano
CONFINI ISRAELE.jpg

simboleggiare la perennità del simbolo e di quello che volevano significare. La pietra poteva essere anche un surrogato della montagna, simbolo di invalicabilità e perennità. I popoli che vivevano di allevamento avevano un rapporto economico indiretto col territorio vivendo dei prodotti che offriva. Quindi, il territorio per loro rimaneva 'aperto' all'espansione o spostamento. Essendo i propri averi ed in particolare il bestiame che assicuravano la vita, la marchiatura dello stesso stava a significare il 'confine' di un possedimento in movimento, il limite al diritto di appropriazione. La stabilità del territorio è caratteristica delle popolazioni sedentarie ed in questa condizione la zona occupata subiva una dicotomia: ciò che è coltivabile era 'buono' e quindi va protetto con un confine, ciò che è al di fuori è selvaggio e corruttibile, ossia 'cattivo'. La contrapposizione tra i due principi richiedeva una divisione rafforzata dal rito religioso o magico a seconda delle culture. In EGITTO si sono ritrovate pietre di confine risalenti al 2500 a.C. con iscrizioni indicanti la data, l'occasione dell'apposizione, i terreni demarcati. La violazione dei confini era considerata un grave reato e materia di pentimento secondo il LIBRO DEI MORTI. Il cambiare o muovere le pietre di confine era considerato una destabilizzazione dell'ordine cosmico che si rifletteva sulla benevolenza delle divinità verso il popolo. Nella civiltà INDIANA i segni di demarcazione non erano omogenei, ma potevano servire a tale funzione anche vasche d'irrigazione, pozzi, cisterne, tempietti, alberi, siepi. Inoltre, venivano infissi paletti di legno con la parte sotterrata composta di materiale ben identificabile. I confini erano apposti dal sovrano con una cerimonia alla quale partecipavano le due parti confinanti nel periodo maggio/giugno dopo la falciatura delll'erba. La pena per la manomissione dei termini poteva essere pecuniaria o fisica con mutilazioni sul condannato. I segni di confini erano posti sotto la protezione della divinità Manu. Nell'antica GRECIA le proprietà erano demarcate dagli 'oria'. Il termine 'to orion' indicava la linea di confine, sia privato che pubblico. La demarcazione diveniva 'internazionale' se il terreno confinava con il limite della 'polis'. I segni di confine erano pietre appena squadrate completamente anonime, sacralizzate da formule di giuramento e posti sotto la tutela del dio Zeus Horios od Apollon Horios. I Romani usavano la parola terminus per definire un limite ed una divisione: tra città e campagna, tra i campi, tra l'impero e le altre popolazioni, tra lo spazio profano e quello sacro. Un altro possibile sinonimo di terminus sembra essere cipus/cippus o miliarum. I primi indicavano limiti di terreni, mentre i secondi indicavano il punto di partenza di strade. I termini, propriamente detti, erano costituiti da siepi od alberi, puntali di anfore, tronchi o pietre infissi nel terreno. Da quanto si è detto si nota immediatamente come sia il concetto di linea di confine che di segno di confine abbiano significati in parte lontani da quelli dati oggi. Nell'antichità si può denotare l'utilizzo dei termini di confine per il solo spazio utile all'uomo e non per un territorio indipendentemente dal suo utilizzo o dalla presenza di insediamenti. Per questo motivo la manomissione dei confini si configurava come un atto contro tutta la comunità , da qui il denominatore comune della protezione sovrannaturale .

I CONFINI NELLA NATURA Modifica

Si utilizzano vari tipi di termini di confine. In regioni sperdute, come sulle montagne, dove vi sono difficoltà di trasporto, si è usato ciò che si trovava a portata di mano come l'accatastare pietre a formare delle piramidi. In altri casi si usarono tronchi di alberi. In zone coperte da foreste si è usato inchiodare legni colorati di nero sugli alberi (il confine tra Bulgaria, Grecia, Turchia). I termini di confine moderni sono di forma più semplice del passato (parallelepipedi o troncoconici) e di regola vi sono incisi i seguenti segni: 1) lettere, stemmi o scritte che servono ad indicare sui lati opposti gli Stati confinanti; 2) un numero di quattro cifre chiamato millesimo che indica l'anno di apposizione e non, come si spererebbe, l'anno della firma dell'accordo internazionale che determinò la demarcazione; 3) un numero talvolta preceduto dalla lettera N che identifica il progressivo di tutto il confine o di una sua sezione. Nel caso di aggiunta di nuovi termini si può aggiungere allo stesso progressivo una lettera (A, B, C, ecc.) (vedasi il confine pontificio-napoletano del 1840); 4) in testa al termine si possono incidere dei segmenti che indicano la direzione verso la quale si trova il termine precedente o seguente. Nei tratti montani i termini possono essere sostituiti da incisioni su pietra viva, anche se tale pratica può creare dei problemi di 'visibilità' del confine ad una semplice ricognizione sul terreno. Nelle zone a vegetazione alta i termini possono essere accoppiati a pali di ferro con tabelle di metallo. Nel caso dei fiumi è possibile utilizzare termini formati da boe unite tra loro da catene metalliche.

LA LAND ART Modifica

Image 2 land.png
Images1land.jpg

Nella Land art gli artisti intervengono sul paesaggio naturale. Essi escono dallo spazio conforme alla

tradizione della galleria o del museo e modificano direttamente lo spazio macroscopico della natura.

La particolarità è che l’intervento che si fa sulla natura non ha un fine ornamentale o edonistico ma è

una presa di coscienza dell’azione umana, su spazi che possiedono un certo ordine naturale e che da

tale intervento sono modificati. C’è inoltre il desiderio, da parte degli artisti, dopo aver fatto i conti con

una civiltà tecnologica incalzante che ha ormai da tempo sconvolto il rapporto uomo-natura, di far ritorno

all’oggetto naturale o perlomeno sottratto da tale ambito.


CONFINI E FRONTIERE.    Dalle idee di Lévi-Strauss alle grandi migrazioni. Una ridefinizione dei concetti di Zygmunt Bauman -a cura di Federico La SalaModifica

Valencia. Una rassegna in Spagna ospita artisti che hanno esplorato le frontiere, culturali e geografiche .

<< I confini sono tracciati per cre­are differenze, per distinguere un luogo dal resto dello spazio, un periodo dal resto del tempo, una cate­goria di creature umane dal resto dell’umanità... Creare delle diffe­renze significa modificare le proba­bilità: rendere certi eventi più pro­babili e altri meno, se non addirit­tura impossibili. Quando questo si verifica in determinati luoghi, peri­odi, o categorie di persone, il mon­do si semplifica, diventa più com­prensibile, si trasforma in un am­biente in cui è più facile agire in modo ragionevole (efficace, inten­zionale). Il confine protegge (o al­meno così si spera o si crede) dal­l’inatteso e dall’imprevedibile: dal­le situazioni che ci spaventerebbe­ro, ci paralizzerebbero e ci rende­rebbero incapaci di agire. Più i con­fini sono visibili e i segni di demar­cazione sono chiari, più sono «or­dinati » lo spazio e il tempo all’in­terno dei quali ci muoviamo. I con­fini danno sicurezza. Ci permetto­no di sapere come, dove e quando muoverci. Ci consentono di agire con fiducia.

 Per avere questo ruolo, per im­porre ordine al caos, rendere il mondo comprensibile e vivibile, i confini devono essere concreta­mente tracciati. Intorno alle case troviamo steccati o siepi. Sulle por­te e sui cancelli ci sono nomi che mostrano la distinzione tra chi sta dentro e chi fuori, tra i residenti e gli ospiti. Ignorare questi segni, di­sobbedire alle regole che ci indica­no, è una trasgressione che com­porta conseguenze che vorremmo evitare: eventi temibili, imprevedi­bili e incontrollabili. D’altro canto, conformarsi alle istruzioni, esplici­te o implicite, e modificare il pro­prio modello di comportamento quando si attraversa il confine crea (ricrea, rafforza, manifesta) l’ordine che il confine deve instau­rare, servire e mantenere.

Ordine vuol dire la cosa giusta al posto giu­sto e al momento giusto. Sono i confini a determinare quali sono le cose, i luoghi e i momenti giu­sti. Gli oggetti del bagno devono essere tenuti separati da quelli del­la cucina, quelli della camera da letto da quelli del soggiorno, quel­li destinati all’esterno da quelli per l’interno. Le cose fuori posto sono sporcizia e devono essere spazzate via, rimosse, distrutte o trasferite altrove, al luogo a cui «appartengo­no » - se esiste (non sempre esi­ste, come potrebbero testimoniare i rifugiati apolidi o i vagabondi sen­zatetto).

Chiamiamo «pulizia» la ri­mozione di ciò che è indesiderabi­le, il ristabilimento dell’ordine. «Pulizia» significa ordine.

 I confini sono tracciati per cre­are e mantenere un ordine spazia­le: per raccogliere in certi luoghi alcune persone e cose lasciandone fuori altre. Negli edifici pubblici gli avvisi di «divieto di accesso» so­no sempre posti su un solo lato della porta, per separare chi viene da quella parte (clienti, pazienti-esterni) da chi sta dall’altro lato (impiegati, sorveglianti, manager - interni). Le guardie all’entrata dei centri commerciali, ristoranti, edifici amministrativi, quartieri esclusivi, teatri o territori statali permettono a qualcuno di entrare e ad altri no, controllando bigliet­ti, lasciapassare, passaporti e simili documenti, o cercando di capire le intenzioni di chi vuole entrare o predire la sua capacità di attenersi alle regole stabilite. Ogni modello di ordine spaziale divide gli esseri umani in «desiderabili» e «indesiderabili ». Ogni confine ha lo sco­po di evitare che le due categorie si mescolino nello stesso spazio.

I confini dividono lo spazio; ma non sono pure e semplici bar­riere. Sono anche interfacce tra i luoghi che separano. In quanto ta­li, sono soggetti a pressioni con­trapposte e sono perciò fonti po­tenziali di conflitti e tensioni. So­no pochi (se pure ci sono) i muri privi di cancelli o porte. I muri so­no, per principio, valicabili - an­che se le guardie da entrambi i lati hanno scopi opposti e cercano di rendere l’osmosi (la permeabilità e penetrabilità dei confini) asimme­trica. L’asimmetria è completa, o quasi, nel caso delle prigioni, dei campi di detenzione e dei ghetti, o delle «aree ghettizzate» (Gaza e la Cisgiordania sono oggi gli esempi più vistosi di questo tipo), dove le guardie sono solo da un lato; ma le zone delle città che notoriamente è bene evitare tendono ad assomi­gliare a questo modello estremo, affiancando al rifiuto di entrare di chi è fuori la condizione di non po­ter uscire di chi è dentro.

 Tracciare e proteggere i confi­ni sono attività prioritarie, volte a ottenere e mantenere la sicurezza; il prezzo da pagare è la perdita del­la libertà di movimento. Questa li­bertà diventa ben presto il fattore discriminante tra i diversi gradi so­ciali e il criterio secondo cui un in­dividuo o una categoria vengono misurati all’interno della gerarchia sociale; il diritto di passaggio (o meglio il diritto di ignorare il confine) diventa quindi una delle que­stioni più contestate, di carattere strettamente classista; mentre la capacità di sfidare il divieto di vali­care un confine diviene una delle principali armi di dissenso e di resistenza contro la gerarchia di po­tere esistente. Queste pressioni sfo­ciano in un evidente paradosso: nel nostro pianeta che si sta rapida­mente globalizzando, la diminuzio­ne dell’efficacia dei confini (la loro crescente porosità, associata al fat­to che la distanza spaziale ha sem­pre minor valore difensivo) si ac­compagna alla rapida crescita di si­gnificato che si tende ad attribuire loro.>>

(Traduzione di Maria Sepa)   http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article

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