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Molto spesso le aree dismesse creano dei vuoti urbani che vengono percepiti dalla popolazione come zone degradate e pericolose, o a causa della poca stabilità delle strutture fatiscenti ancora presenti, mettendo talvolta a rischio anche l'incolumità degli abitanti; oppure perchè per colpa di persone incivili diventano delle vere e proprie discariche a cielo aperto, facendo così insorgere nella comunità un senso di abbandono da parte delle istituzioni in quanto non vengono soddisfatte le proprie esigenze primarie (sicurezza, igiene, estetica..)


Il termine area dismessa definisce quegli spazi e quei contenitori che non sono più usati per le attività per le quali sono stati pensati e realizzati, e che sono in attesa di utilizzazioni. In Italia la questione della dismissione ha attraversato diversi periodi che dagli anni Ottanta ad oggi possono essere divisi in tre fasi principali:

- la prima fase è caratterizzata dalla presa di coscienza, da parte delle istituzioni e dei ricercatori, della grandezza e complessità del fenomeno

- nella seconda, che riguarda gli anni Novanta, queste aree vengono considerate un’opportunità storica per intervenire su parti di città o su intere aree urbane degradate e congestionate attraverso progetti e programmi di recupero; quindi la loro presenza è fondamentale per lo sviluppo delle città

- la terza fase è quella del nuovo Millennio, in cui vengono valutati gli interventi di recupero realizzati o quasi terminati

Quindi si è passati dal considerare il fenomeno della dismissione un problema drammatico della città, a una risorsa da sfruttare per trasformarla e riqualificarla, fino a riconoscere a queste aree, nel XXI sec, il ruolo di catalizzatori di interventi per il rilancio urbano. Una volta che è stata capita l’importanza del corredo di risorse territoriali e ambientali offerte dal riutilizzo di queste zone è sorto un altro problema e cioè quale sia la tipologia d’uso più adatta da attribuirgli. Le alternative sono tante tra cui la realizzazione di infrastrutture e servizi, oppure zone destinate a verde pubblico o anche un uso polivalente. In base alla destinazione scelta cambia anche il tipo di intervento da operare e il costo da sostenere. Sicuramente la loro presenza comporta una perdita di identità, di connotazione spaziale e di legame funzionale con il tessuto urbano nel quale sono inserite.


Queste aree dovrebbero essere oggetto di una riqualificazione che le attribuisca una nuova destinazione d'uso, in funzione delle loro caratteristiche intrinseche e delle relazioni con il contesto nel quale si collocano, in modo da ricucire il tessuto urbano e garantire il miglioramento qualitativo della vita delle comunità, che invece di percepirle in modo negativo le cominceranno ad apprezzare, essendo un tassello importante della storia delle città. Se sono presenti elementi significativi di archeologia industriale se ne può prevedere il riuso, salvaguardandone la memoria storica


orti urbani, greenways, arredo urbano, verde urbano, playgrounds, inquinamento ambientale, I Parcheggi, arte della strada o vandalismo



Brevi cenni di storia Modifica

Alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX le periferie delle principali città sono state il luogo ideale dove poter insediare le grandi industrie. In seguito alla Seconda Guerra Mondiale queste aree un tempo lontane dai centri storici e dalle aree residenziali sono state inglobate nel tessuto urbano che si stava espandendo e solo in rari casi questa coesione è sopravvissuta. Le prime aree industriali iniziarono ad essere abbandonate nel corso degli anni ’70, i motivi era vari: dalla cessazione di attività ormai obsolete, alla chiusura coatta ordinata dalle autorità competenti a causa dell’inquinamento prodotto. Questo fenomeno interessò in particolare l’Europa nord-occidentale e fu accompagnato anche da fenomeni di crisi occupazionale e cali della produttività. L’Europa mediterranea e meridionale furono investite dal fenomeno circa un decennio dopo. Quindi prima vennero colpite le aree di più antica industrializzazione ed in particolare i bacini minerari ed i grandi centri della siderurgia, della metallurgia e della cantieristica. A metà degli anni ’80 a Parigi le aree dismesse ammontavano a 10 milioni di mq, solo nel perimetro storico, in periferia il numero aumentava considerevolmente. In Germania, nel bacino della Rhur si contavano circa 25 milioni di mq, in Gran Bretagna erano 22 milioni e in Italia circa 6.4 milioni. Il fenomeno fu rilevante per la sua grandezza ma anche per il suo significato in quanto ha segnato la fine dell’epoca in cui l’industria pesante svolgeva un importante ruolo nello sviluppo economico delle città europee. A seconda della posizione geografica il problema della dismissione veniva affrontato diversamente, mentre nei paesi di origine anglosassone la riqualificazione di queste aree venne vista come la possibilità di rigenerare il tessuto socio-economico, deteriorato dalla dismissione; nei paesi dell’Europa meridionale era vista come un’occasione per ridisegnare o ridefinire grandi porzioni di città.

Gabriele Righetto, "L'ecosistema urbano-Sviluppo razionale ed utilizzo delle aree dismesse", Piccin 1996

Ex aree dismesse in Europa Modifica

Landschaftspark Duisburg-Nord (Germania) Modifica

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Una veduta del parco di Duisburg Nord

Il Parco di Duisburg Nord rappresenta uno degli interventi che fanno parte del programma di riqualificazione promossa dall' IBA Emscher Park. Un'importante tassello che parte dalla riqualificazione ecologica del fiume Emscher fino ad arrivare alla realizzazione del grande parco paesistico esteso all'intero bacino fluviale. L'area del parco era in precenza stata occupata dalle fabbriche siderurgiche Meiderich della società Tyssen e si estende per circa 230 ettari. Nel 1991 venne approvato dall'IBA, dal consiglio comunale e dai rappresentanti dei diversi enti pubblici locali, il progetto del paesaggista tedesco Peter Latz e del suo team. Il problema iniziale fu il possibile riutilizzo dei resti delle numerose strutture degli impianti industriali come: edifici ed officine, depositi, ciminiere, fornaci, ponti, gru, rotaie ect.. L'area si presentava fortemente frammentata e spazialmente discontinua quindi l'atteggiamento progettuale di Latz e del suo team fu quella di ricercare nuove interpretazioni delle strutture esistenti, cambiando la loro funzione ed il contesto, attraverso la sovrapposizione e la coesistenza di una serie di livelli caratterizzati da differenti conformazioni spaziali e funzionali. I diversi livelli che compongono il parco anche se mantengono una certa indipendenza sono saldamenti connessi l'uno con l'altro a volte attraverso elementi più fisici come rampe, scale, terrazze ect oppure attraverso un legame funzionale o puramente simbolico.

Approfondimento sul progetto di Duisburg Nord, Emscher park[1]

Ho deciso di mettere in evidenza questo progetto in quanto è una delle esperienze, ma probabilmente è l’esperienza, più significativa di riqualificazione di un' area dismessa. Il bacino della Rhur in passato è stato un modello di urbanizzazione della città industriale e negli anni ’80 in seguito alla crisi di tale modello, è divenuto un terreno su cui sperimentare nuove forme di sviluppo urbano

Sito web di Peter Latz Modifica

Questo è il sito di Peter Latz, architetto paesaggista tedesco e professore di Architettura del Paesaggio presso l'Università di Munich, che si è occupato del progetto del parco di Duisburg Nord, in Germania, mentre in Italia del parco Dora di Torino [2]

Pedagogia progettuale Modifica

Drosscape è il termine creato per descrivere una pedagogia progettuale che enfatizza l’integrazione produttiva e il riutilizzo di paesaggi devastati del mondo urbanizzato. Il termine implica che zone residuali o aree non più utilizzate a fini produttivi siano recuperati e reinseriti in un nuovo processo consapevole di pianificazione. Lo studio di Peter Latz è ormai considerato un riferimento per i progetti di riqualificazione paesaggistica delle aree industriali dimesse, a partire dal progetto Landschaftpark Duisburg- Nord all’interno dell’ Emscher Park della Ruhr. Negli interventi di Peter Latz il progetto del paesaggio si fonde con una nuova idea di archeologia industriale proponendo una nuova ecologia “tecnologica”. In Italia da menzionare : Il Parco Dora a Torino dove 37ha di aree industriali dismesse vicine al centro storico saranno trasformati in un grande parco urbano. L’area ha subito vaste demolizioni , ma sono state conservate alcune interessanti strutture industriali abbandonate. A Milano quartiere Bicocca: riqualificazione area ex Pirelli. Ancora a Milano area Portello riqualificazione area ex-Alfa Romeo in un parco a tema sul tempo dove vengono raccontate tutte le epoche: la preistoria, la storia,il presente e il futuro di Milano. A Panigaglia(SP): riqualificazione ambientale dell’impianto GNL. A Napoli ambito 13 di Napoli Orientale.

Cultuurpark Westergasfabriek, Amsterdam (Paesi Bassi) Modifica

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Foto aerea Cultuurpark Westergasfabriek

Westergasfabriek è un ex sito industriale in parte dismesso con le vestigia delle strutture ancora intatte, nel quale si produceva gas ed ora è sorto un nuovo parco. Le costruzioni esistenti sono monumenti alla Rivoluzione Industriale. Il parco permette un'esplorazione contemporanea di questo cambiamento e il suo impatto sui tipi e le forme di paesaggio. Si compone di due parti un'area verde e un centro culturale con attività all'aperto e al coperto. Una passeggiata centrale, "l'Asse" collega il Municipio con la Cite des Artist e una varietà di spazi in mezzo; funge da nodo centrale che contiene le esigenze funzionali. Gli spazi adiacenti creano un'atmosfera varia. Un grande campo declina fino verso a un lago che può essere prosciugato in occasione di eventi e festival. L'area occupa 13 ettari in cui sono presenti piante autoctone e varietà selezionate che esprimono una dinamica tra i bisogni umani e l'ordine naturale.

Questo è il sito web della progettista di questa area, Kathryn Gustafson [3]

Parco MFO, Zurigo (Svizzera) Modifica

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Sttutture verticali che caratterizzano il parco MFO

Il quartiere di Neu Oerlikon di Zurigo è caratterizzato da un tessuto di vocazione industriale. Il terreno occupato dal Parco MFO è stato utilizzato per quasi un secolo come discarica per le macerie e per i resti delle precedenti fusioni della fabbrica storica Machinefabrik Oerlikon (MFO). Gli imponenti edifici industriali si affacciano su un terreno che si è trasformato in un parco non comune e ispirato all'origine del luogo. Presenta 2 diverse parti: una piazza e una zona con giardini, la prima è caratterizzata da un'architettura in acciaio che funge da imponente spalliera per delle piante rampicanti, che con il tempo copriranno l'intera struttura, e si trasformeranno in pareti verdi. Il tassello più importante di questo parco è l'incorporazione della dimensione verticale: 2 strutture doppie e parallele percorrono, su diversi livelli, i 100m dei lati principali del rettangolo che delimitano lo spazio aperto.

Virginia McLeod, "Dettagli di architettura del paesaggio", Logos 2008

Docklands Modifica

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Docklands, Londra

I docks sono ex aree portuali che si affacciano sulle rive nord del Tamigi e rappresentano la parte più segnata della città di Londra dalle trasformazioni operate dall’uomo nei secoli. La loro costruzione è iniziata nella prima metà del 1600 ed è proseguita per tutto il ‘700 e metà ‘800 e si è conclusa con il completamento dei Royal Docks, i più grandi magazzini portuali del mondo. L’attività portuale nel corso del tempo è stata affiancata da altre attività industriali ed artigianali, sempre collegate alle merci che arrivavano tramite il fiume; si crearono così quartieri degradati dove vivevano soprattutto operai e marinai. Il II conflitto mondiale segnò pesantemente questa zona a causa dei bombardamenti che la colpirono. In seguito vennero parzialmente recuperati ma con gli anni ’70, i docks furono abbandonanti completamente, poiché le strutture erano ormai obsolete e non adatte a ospitare navi da carico sempre più grandi. Le attività vennero trasferite nella zona di Tilbury. La vicenda dei Docklands è strettamente legata alla deregolamentazione introdotta dal governo guidato dalla Thatcher. Nel 1986 il governo ha abolito il Greater London Council ed ha approvato il Local Government Planning Act, la legge che ha istituito le Urban Development Corporation, agenzie non elettive con poteri decisionali ed attuativi, costituite allo scopo di riqualificare aree urbane degradate di interesse nazionale. Il governo della Thatcher ha favorito l’operato delle imprese private e l’incremento del loro profitto, piuttosto che il benessere delle comunità locali e delle città. Il problema della riqualificazione dei docks è stata affrontata per la prima volta nel 1971 quando il Greater London Council ha chiesto ad uno studio di elaborare delle possibili soluzioni da attuare, ma la questione non andò a buon fine perché lo studio venne accusato di non aver tenuto conto delle esigenze delle comunità locali e di non aver consultato i cinque distretti in cui ricadevano i docks. Nel 1973 il Greater London Council e i cinque distretti hanno costituito una struttura comune, il Docklands Joint Commitee con il compito di elaborare un piano strategico per la riqualificazione dei docks e di coordinarne l’attuazione. Definite le finalità ed affidata la sua redazione ad un gruppo di esperti, il London Docklands Strategic Plan è stato approvato nel 1976. L’attuazione del piano ha avuto notevoli intralci dovuti sia all’indisponibilità delle aree che a vincoli posti dalla legislazione vigente. Alla fine degli anni ’70 avviene una svolta nel destino di queste aree, il governo attiva un vasto programma immobiliare per trasformare tutto il paesaggio dei docks nel quarto polo finanziario londinese. Nel 1981 viene istituita con decreto parlamentare la London Docklands Development Corporation (LDDC), un ente che ha fatto da "intermediario" tra il governo centrale e il settore privato; comprava e vendeva i terreni, dopo averli urbanizzati, agli operatori privati. La fonte economica primaria era fornita dalle imprese private. L’intervento sui docks aveva come scopo il recupero ambientale e paesaggistico dell’area. La LDDC nel 1981 ha elaborato una serie di progetti basati sull’individuazione dell’identità di ciascun ambito di intervento, sulla conservazione e valorizzazione del fiume, ed in particolare del rapporto del costruito con il lungofiume e sul recupero delle preesistenze. Nel 1982 sono stati avviati i lavori per la costruzione della Docklands Light railway, una linea metropolitana leggera di collegamento tra l’area e la capitale. I limiti di edificabilità che erano stati prestabiliti, mentre nel corso dell’intervento sono stati abbondantemente superati determinando un carico insediativo troppo elevato che si è ripercosso anche sui servizi pubblici, che risultavano poco efficienti. Il culmine del processo di riconversione si ha a metà degli anni ’80 con la definizione del progetto di salvaguardia di Canary Wharf. Attualmente la ristrutturazione dei docks è ancora in corso.

D. Cecchini, "La riqualificazione delle periferie nella città europea", Kappa 1990

Giovanni De Franciscis, Ministero dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica, Istituto italiano per gli studi filosofici; "Rigenerazione urbana: il recupero delle aree dismesse in Europa : strategie, gestione, strumenti operativi", Eidos 1997

Ex aree dismesse in Italia Modifica

Bicocca(quartiere di Milano) Modifica

La Bicocca, attualmente quartiere della periferia settentrionale milanese - facente parte della zona 9, è una località limitrofa a Milano, nota per il villino degli Arcimboldi, nonché per l'omonima battaglia del 1522.

Cenni storici Modifica

La località della Bicocca, alle porte di Milano, comprendeva un tempo una dimora di campagna della nobile famiglia Arcimboldi, costruita intorno al 1450 e tuttora esistente. È alla presenza di questa dimora patrizia che si deve, probabilmente, il nome della località (il termine bicocca indica propriamente una "roccaforte o castello di modeste proporzioni posto in un luogo elevato")

La località fu resa celebre da una sanguinosa battaglia svoltasi nei suoi pressi nel 1522 tra gli Spagnoli di Carlo V e i Francesi di Francesco I.

Col tempo, e con la progressiva espansione edilizia di Milano, le campagne a nord della città sono state un po' alla volta integrate nel tessuto urbano, venendo ad ospitare per lo più una serie di stabilimenti industriali, che hanno per lungo tempo caratterizzato il territorio compreso tra il comune di Milano e quelli di Sesto San Giovanni, Cinisello Balsamo e Monza.

La villa, dalla famiglia Arcimboldi era poi passata ad altre famiglie e col tempo aveva conosciuto un certo degrado. Venne restaurata ai primi del Novecento e a partire dal 1913 ospitò i primi esperimenti di "scuola all'aperto" per bambini di salute cagionevole promossa dall'associazione privata "Per la scuola" costituita da medici, insegnanti, privati cittadini ed enti, con un comitato di patronesse guidato dalla contessa Carla Visconti di Modrone e da Maria Pirelli.

Nel 1918 fu poi acquisita dalla Pirelli che già possedeva, nei pressi, i suoi stabilimenti.

Il Progetto Bicocca Modifica

L'area della Bicocca si trova nella periferia nord-est di Milano al confine con il Comune di Sesto San Giovanni. Gli stabilimenti della Pirelli occupavano un’area di 75 ha e insieme ad altri impianti chimici, meccanici e siderurgici per molto tempo hanno caratterizzato il paesaggio a nord della città. I terreni della Bicocca sono stati acquistati dalla società nel 1906 e in pochi anni vi ha trasferito gran parte delle proprie produzioni. Il complesso venne chiuso nel 1984 in seguito allo spostamento della produzione in un altro stabilimento. L’area della Pirelli insieme a quelle vicine della Breda, della Falk e della Magneti Marelli hanno rappresentato il più importante intervento di recupero delle aree dismesse nella provincia di Milano. A metà degli anni Ottanta inizia il processo di riconversione dell’area con la stipulazione di un accordo tra la società proprietaria dell’area e le Autorità locali, in seguito a una lunga contrattazione gli attori hanno deciso di destinare l’area a un centro tecnologico polifunzionale integrato, dedicato al settore della ricerca ad alto contenuto tecnologico. Nel 1985 viene indetto un Concorso internazionale, dalla Pirelli, per il risanamento e la ristrutturazione dell’area. La realizzazione viene affidata allo studio Gregotti Associati. L’idea della specializzazione venne abbandonata e si optò per spazi diversificati a causa della riduzione della domanda di spazi direzionali. L’intervento ha richiesto circa un ventennio, soprattutto a causa del profondo inquinamento del luogo, il grado di contaminazione e la presenza di amianto, per il quale sono state necessarie numerose operazioni di bonifica. Al termine di queste operazione sono sorti centri di ricerca di enti come CNR e l’istituto neurologico Besta e aziende, come la stessa Pirelli e l’Aem e uffici di importanti imprese. Nel 1994 è stata inaugurata la nuova sede dell’Università degli studi di Milano -Bicocca e successivamente il teatro degli Arcimboldi. Nel corso della riqualificazione lo spazio destinato alle attività terziarie venne ridotto per far spazio alle residenze, essendo il settore immobiliare più remunerativo. Tra il 2001 e 2002 è stato realizzato il progetto Bicocca Esplanade Spa, un’area residenziale di circa 300 mila mq destinati al verde, a servizi pubblici e parcheggi e sono stati ultimati gli spazi espositivi, il cinema multisala e il polo universitario. Il progetto di notevole portata, sia per le dimensioni che per l’impatto che ha avuto sul contesto urbano e territoriale, ha anche aggiunto dei limiti. Il primo è rappresentato dal fatto che sono stati occupati troppi spazi che invece dovevano essere aperti e questo ha comportato l’interramento dei parcheggi. Il secondo dovuto dal fatto che gli spazi verdi, all’interno, dell’area svolgono una funzione di connessione mentre se rapportati con gli spazi esterni rappresentano una cesura. Un’altra pecca è il collegamento con i servizi pubblici che sono poco efficienti.

Uno strumento di supporto alle decisioni in materia di aree dismesse dell' Università degli studi di Napoli Federico II File:Strumento di supporto.pdf

Il caso del Lingotto Modifica

L’area dello stabilimento automobilistico del Lingotto occupa circa 34 ha e si trova nell’omonimo quartiere della periferia sud di Torino. Il Consiglio di Amministrazione della Fiat nel 1912 decide di costruire un nuovo impianto per la produzione di automobili nella periferia di Torino e nel 1922 l’attività era già avviata. Per molto tempo ha rappresentato un importante tassello dell’industria italiana fino a quando non è sopraggiunta la crisi del settore industriale. Nel 1982 l’attività venne chiusa e trasferita in un luogo più adatto alle nuove esigenze produttive. L’area abbandonata aveva notevoli potenzialità, per la sua posizione, ormai inglobata nella parte meridionale della città, per le dimensioni e per il suo valore simbolico. Il progetto è stato scomposto in varie fasi senza aver stabilito un quadro strategico generale. Nel 1983 è stato indetto un Concorso internazionale di progettazione che ha visto vincitore l’architetto italiano Renzo Piano; che ne ha previsto un uso polifunzionale ed ha incluso nell’intervento anche una parte dell’area confinante, dove passava la ferrovia. La struttura attuale ha mantenuto all’esterno alcune sue parti che erano state vincolate in precedenza dal Ministero dei Beni Culturali, mentre all’interno la conformazione è totalmente cambiata in base alle esigenze del centro polifunzionale. A più riprese sono stati realizzati residenze, uffici, spazi a verde, un centro congressi, l’auditorium, alcuni parcheggi e la fondazione Agnelli, poi più recente è la realizzazione di una foresteria comunale, un cinema, una galleria commerciale, un albergo, una sala riunioni, la Facoltà di Ingegneria dell’auto, ristoranti, parcheggi sotterranei e a raso e una pinacoteca dedicata a G. Agnelli; il tutto è stato terminato nel 2003. Gli attori interessati sono stati sostanzialmente l’azienda proprietaria dell’area, la Fiat e l’Amministrazione Comunale. La Fiat in questo processo di riqualificazione ha avuto una grande influenza sia per quanto riguarda la progettazione che la gestione dell’intervento e lo ha visto come una possibilità di riscatto economico e di popolarità. L’Amministrazione comunale in questo caso si è vista costretta a costituire una società mista, la Lingotto Spa con la Fiat per non perdere totalmente il controllo dell’intervento.

Uno strumento di supporto alle decisioni in materia di aree dismesse dell' Università degli studi di Napoli Federico II File:Strumento di supporto.pdf

L'area di Bagnoli Modifica

Prima di diventare un polo industriale era famosa per diversi luoghi termali. Dalla metà dell’800 la sua vocazione cambiò quando la costa da Pozzuoli a Castellammare venne individuata per la crescita di un tessuto industriale moderno. Rapidamente in prossimità della spiaggia di Bagnoli sorgono le industrie di Bournique, una vetreria e Lefevre, uno stabilimento chimico. Quest’ultima dalla fine dell’Ottocento, quando è sorta, fino alla sua dismissione ha cambiato diversi proprietari passando da una società all’altra fino 1975, quando divieni di proprietà della Federconsorzi. In seguito l’attività diminuisce sempre più fino alla completa cessazione negli anni ’90, con la chiusura dello stabilimento. La superficie della Federconsorzi è solo una parte della più grande area industriale dismessa che si trova nella parte occidentale della città di Napoli e che comprende anche gli stabilimenti dell’Ilva, dell’Eternit e della Cementir. Lo strumento urbanistico generale che fissa le regole per la trasformazione dell’area di Bagnoli è la Variante Occidentale al P.R.G. approvata nel 1998. Lo strumento attuativo delle previsioni del P.R.G. per l’ambito di Bagnoli-Coroglio è il Piano Urbanistico Esecutivo approvato nel 2005. Per gli aspetti ambientali, paesaggistici e di tutela del territorio, una parte dell’area sottoposta al Piano Urbanistico Esecutivo è compresa nel Piano Territoriale Paesistico di Posillipo approvato nel 1995. Il verde e la natura rappresentano gli elementi più importanti dell’intervento, infatti sorgerà un parco di circa 120 ha e sarà rafforzata la vocazione turistico- culturale dell’area. Sono previste attrezzature per il turismo, il tempo libero e lo svago, attività industriali ad alto contenuto tecnologico e residenze; la spiaggia verrà recuperata alla balneazione. In questo caso si è delineato anche un progetto per quanto riguarda i collegamenti dell’area sia con il mare che con la terraferma. La trasformazione urbana dell'area di Bagnoli è stata già avviata con l'apertura dei primi tre cantieri, la Porta del Parco, il Parco dello Sport e l'Acquario tematico e i prossimi saranno quelli del parco urbano, delle infrastrutture, di Napoli Studios e del polo tecnologico.

Sito web della Società di Trasformazione Urbana, Bagnolifutura [4]

Parco Dora (Torino) Modifica

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Parco Dora

Il parco Dora sorgerà nell’area Spina 3, a nord di Torino, occuperà un’area di 37 ha. Rappresenta il cuore della grande trasformazione e sarà uno dei polmoni verdi più estesi della città. In precedenza la zona era stata occupata da impianti industriali come quelli della Michelin, le Ferriere Fiat, la Savigliano e la Paracchi, poiché si trovava in una posizione strategica, vicino al fiume Dora e alla linea ferroviaria. Questi stabilimenti hanno caratterizzato l’area fino a due decenni fa. Oggi Spina 3 rappresenta il principale ambito di trasformazione del Piano Regolatore ed è interessata da un Programma di riqualificazione urbana approvato nel 1998. Nel 2000 l’architetto Jean Pierre Buffi è stato individuato, attraverso un concorso pubblico, come l’esperto in progettazione urbana e architettonica a cui affidare il coordinamento degli interventi nelle aree della Spina Centrale. E’ prevista la realizzazione di residenze, spazi commerciali, uffici, laboratori, centri di ricerca e produzione e spazi per attività ricreative oltre che il recupero e la riconversione, in spazi atti ad ospitare attività produttive avanzate, degli edifici di pregio un tempo occupati dalle Officine Savigliano e dalla Società Paracchi. L’architetto, a cui affidare l’incarico della realizzazione del parco, è stato individuato attraverso una competizione internazionale avviata nel 2004; dalla quale è uscito vincitore Peter Latz. Nel parco saranno mantenuti alcuni elementi significativi, come la torre di raffreddamento della Michelin, la grande struttura dello strippaggio e la centrale termica delle acciaierie Fiat in memoria del passato industriale, che affiancheranno ambienti strettamente naturalistici caratterizzati da spazi alberati e grandi prati. Anche l’acqua ha un ruolo fondamentale in quanto il fiume verrà valorizzato e reso accessibile. Questo progetto è stato inserito tra le opera da realizzare per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. I lavori sono iniziati nel 2008 e si prevede che saranno conclusi per il 2011.

Dal sito del Comitato Parco Dora [5]

Il progetto Ostiense-Marconi Modifica

L’area comprende una serie di stabilimenti industriali ormai in disuso. L’obiettivo di questo programma urbanistico è la creazione di una centralità urbana dei due quartieri, oggi non più periferici ma sprovvisti di servizi idonei, riqualificando al tempo stesso gli elementi strategici esistenti.

- Lungo la via Ostiense, nell’area industriale Italgas sorgeranno la Città della Scienza, in parte inserita nel grande Gazometro; la Biblioteca dell’Università Roma Tre, tutto intorno sorgerà un parco e si realizzerà un sistema di viabilità locale. Oltre che nel Gazometro la Città della Scienza sarà ospitata in nuovi edifici da realizzare.

- Un ponte pedonale, il Ponte della Scienza, per la cui realizzazione è stato espletato un concorso di progettazione, collegherà questo complesso di servizi a quello previsto sulla ponda verde del Tevere, nell’area dell’ex saponificio Mira Lanza e dell’ex deposito Esso, all’interno del quale è attivo il teatro India, il secondo teatro comunale. L’intervento di recupero doterà il teatro di tre sale di cui due da 300 posti e, nell’area antistante l’edificio recuperato, un teatro all’aperto per circa 500 posti.

- Sulla medesima area sono previsti: un parco pubblico, una casa dello studente per 600 universitari e un sistema di servizi privati, prevalentemente di tipo alberghiero, complementari a quelli pubblici.

- Inoltre la localizzazione delle strutture dell’Università Roma Tre, lungo la via Ostiense e nell’area di Valco S.Paolo prevede il recupero di edifici dimessi e delle circostanti aree degradate. A garanzia di un inserimento di nuovi servizi, per non appesantire ulteriormente il traffico, il Progetto Urbano propone interventi di grande viabilità come la realizzazione dei due tratti di lungotevere in sotterranea sulle due rive del fiume e la costruzione di due ponti veicolari sul fiume e sulla linea Ostia Lido – Roma per il proseguimento della circonvallazione Ostiense fino al quartiere Marconi.

- Realizzazione di uno spazio urbano (ex Mattatoio) caratterizzato da un’alta fruibilità e orientato allo sviluppo della cultura e dell’arte, dove si integreranno attività pubbliche e private, istituzionali e associative.

- Recupero di un complesso in dismissione (Mercati generali) per il riutilizzo, con finalità culturali e ricreative dedicate alla cultura giovanile, nonché alla diffusione della cultura dell’alimentazione.

File:125121slide lantieriostiense.pdf

Sito del Comune di Roma [6]

Legislazione Modifica

Proposta di legge: Disposizioni per l'adozione di programmi di delocalizzazione e recupero ambientale per la riqualificazione delle aree industriali dismesse File:Proposta.pdf


Il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale è previsto che sostenga gli investimenti a favore della riabilitazione delle aree dismesse in una prospettiva di sviluppo economico locale, rurale o urbano File:Gazzettaufficiale.pdf


La legge 196/97 individua il recupero e la bonifica delle aree dismesse tra i settori ai quali rivolgere progetti di lavori socialmente utili File:Legge 196 1997.pdf


Talvolta per il loro notevole interesse storico vengono tutelati alcuni impianti industriali dismessi attraverso la legge 1089/39 [7]


Regolamento della Regione Lazio che disciplina: a) il programma di recupero ambientale delle cave dismesse; b) le procedure da seguire ai fini dell’adozione della deliberazione della Giunta regionale concernente gli importi unitari del contributo per il recupero ambientale [8]

Associazione delle Aree Urbane Dismesse Modifica

AUDIS si propone di:

- costituire una base di informazioni che consenta di scambiare esperienze, - di fornire primi elementi di conoscenza sui problemi, sulle difficoltà e sulle opportunità rese possibili dai differenti strumenti disponibili per affrontare la trasformazione delle aree dismesse;

- promuovere le conoscenze e l’apprezzamento delle iniziative di riconversione, a cominciare da quelle direttamente riguardanti i soci, per favorirne l'attuazione anche mediante l’attrazione di risorse finanziarie pubbliche e private; - mettere a fuoco orientamenti comuni per dare maggiore impulso al recupero delle aree dismesse che generano costi sociali e funzionali per le città;

- organizzare diversi soggetti per coordinare un’azione di pressione e di stimolo, trasparente e chiara, nei confronti dei governi regionali e nazionali, affinché adottino politiche coerenti con la complessità del problema.

Sito web [9]

Nove Nuove Modifica

Vari numeri del giornale del IX municipio che trattano il problema dello spostamento del Mercato dell'Alberone presso l'ex deposito dei tram SteferFile:Giornale.pdf File:Nn12.pdf

Le terrazze di copertura Modifica

Le terrazze di copertura rappresentano un territorio dimenticato, vergine e potenzialmente disponibile ad essere trasformato con molteplici soluzioni che non implichino soltanto l'uso della vegetazione. Il colore grigio, predominante nei tetti delle città, può essere interrotto, e forse addirittura sconfitto da una molteplicità di affreschi e installazioni diversi e colorati, che potrebbero trasformare radicalmente l'immagine e lo skyline delle metropoli. A questo proposito possiamo parlare di IMPLUVIUM: questo è il nome dell'installazione realizzata da NIP Paysage, in occasione della Biennale di Montreal dell'autunno 2004. nell'architettura degli antichi romani l'impluvium era la vasca collocata nel patio centrale che raccoglieva l'acqua piovana proveniente dal tetto. Partendo da questa idea, i giovani paesaggisti canadesi hanno trattato la terrazza dl Belgo Building come se si trattasse di una grande vasca. Utilizzando come lavagna l'intera copertura orizzontale, hanno realizzato uno scenario su scala urbana e dato adito ad una riflessione sull'enorme potenziale contenuto nelle migliaia di terrazze di copertura degli edifici. L'installazione è semplice e rigorosa, non è altro che una verniciatura dell'asfalto nero della terrazza, ottenuta utilizzando tre diverse tonalità di blu: sono cerchi concentrici giganti che si intersecano e si arrestano soltanto sul limite esterno della terrazza. La lavagna liquida su scala urbana raccoglie e riproduce , ampliandole, le gocce che cadono, una dopo l'altra, sui tetti di Montreal. Visibile solo da un'altezza superiore, l'opera, semplice ed efficace nel suo messaggio, ricorda anche che al di sopra della città continua ad esserci la natura.

Alex Sànchez Vidiella, "Atlante di architettura del paesaggio", Logos 2008


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