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Enunciazione del problema:

In Italia l'abusivismo edilizio ha assunto proporzioni di scarso paragone con altre realtà
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continentali,giungendo ad assumere una rilevanza sociale ai limiti dell'ordinarietà.

La stessa percezione di illegalità del fenomeno,dato anche il numero di nuclei familiarei che vi hanno avuto coinvolgimento, è considerata incredibilmente tenue che il reato commesso non comporta reazioni di riprovazione sociale per le rilevanti quate della popolazione.


Spiegazione del problema: Questo malcostume in Italia ha danneggiato e continua a danneggiare l'economia, il paesaggio e la cultura della legalità e del rispetto delle regole. Molte aree cittadine e non solo vengono utilizzate in maniera abusiva, costruendovi qualsiasi genere di edificio.Causa principale è il tottale disinteresse da parte dei vari enti nel regolarizzare la posizione di tali strutture, siano esse pubbliche o private. Analizzando nel particolare il municipio IX( situazione che puo essere estesa a tutta la città di Roma), vediamo come vi siano, in realtà molti esempi di abusivismo. Ne sono un esempio i campi nomadi situati nei pressi dell'Arco di Travertino. Questi atti di abusivismo portano ad un'occupazione impropria di terreni su cui si potrebbe costruire, quindi, realizzare un qualcosa di pubblica utilità. La questione abusivismo nei parchi che in modo chiarissimo era gia stata affrontata dal condono del 2003 con l'esclusione di ogni possibilità di condonare gli abusi nei parchiche non erano entrati nei termini dei condoni precedenti, cioè quelllo del 1985 e del 1994.


Soluzione L'abusivismo dovrebbe, quindi, esser evitato regalarizzando la posizione di quelle strutture che occupano posizioni improprie, oppure evitanto che si vengano a creare (come nel caso dei campi nomadi) situazioni sgardevoli che sono difficili da risolvere.


Collegamenti

Arredo urbano, Arredo urbano2, Rapporto tra pubblico e privato nel parco, Sicurezza ed infrastrutture, Vandalismo all'interno dei parchi


IndiceModifica

Il 1985Modifica

Con l'emanazione della legge n.47/1985, si consentì per la prima volta in forma organica di regolarizzare le posizioni degli abusivi e dei rispettivi fabbricati. Da un punto di vista tecnico, laddove ciò non fosse escluso dai limiti previsti, l'autodenuncia del compiuto abuso avrebbe potuto, a condizione del versamento di una oblazione e di una coerente relazione tecnica che asseverasse la bontà realizzativa dell'opera, condurre a regolarizzazione amministrativa e penale il fabbricato interessato. Da un punto di vista politico, la legge prendeva finalmente atto della diffusione del fenomeno e, contemporaneamente alla previsione della sanatoria per alcune fattispecie di abuso, provvedeva a definire una regolamentazione dettagliata e teoricamente incisiva delle attività di fabbrica. Entrarono con questa legge in piena efficienza concetti giuridici sino ad allora enunciati principalmente in via teorica, come ad esempio il rigoroso rispetto dei vincoli (oltre al riordino degli stessi ed alla loro categorizzazione). Le strette limitazioni imposte all'uso effettivo dei beni coinvolti (divieto di forniture di servizi, divieto di recepimento di eventuali atti di disposizione dei beni, divieto di lottizzazione, etc) avrebbero dovuto costituire imponenti deterrenti per il successivo riaffacciarsi del fenomeno. Il provvedimento, discusso allora come oggi, inaugurò peraltro la serie dei "condoni", con i quali la sottoposizione dei provvedimenti di sanatoria all'esborso di somme di qualche relativa importanza (in proporzione dell'abuso commesso) si ebbe un insperato incremento delle entrate dello stato. Fra le tematiche critiche si annovera infatti principalmente il supposto "mercimonio" del perdono statale (una simonia, fu addirittura definita giornalisticamente ai tempi), che veniva "venduto" senza grande interesse per il danno arrecato al territorio. Da altri è stata invece considerata una legge che finalmente riordinava il settore e che avrebbe sconfitto questa plaga. Tuttavia, è stato stimato che dopo il condono dell'85 siano state costruite in Italia circa 570.000 nuove abitazioni abusive.

Non solo burocrazieModifica

Uno degli aspetti oggi di maggior rilevanza nell'analisi del fenomeno abusivistico, è la rischiosità della violazione di norme e disposizioni legate alla sicurezza. Fra queste, diverse norme vietano l'edificazione su suoli che non consentano un accettabile grado di sicurezza statica dell'eventuale edificato. È il caso ad esempio di aree soprastanti falde acquifere superficiali, zone franose o a rischio di smottamento, zone ad elevato rischio sismico. L'abusivismo perpetrato su suoli non idonei alla fabbricazione non è pertanto solo la citata "scorciatoia procedurale" verso la realizzazione di un immobile, ma anche - come diversi casi della cronaca hanno mostrato - l'accensione di una fonte di grave pericolo.

L'abusivismo in ItaliaModifica

In Italia l'abusivismo edilizio ha assunto proporzioni di scarso paragone con altre realtà continentali, giungendo ad assumere una rilevanza sociale ai limiti dell'ordinarietà. La stessa percezione di illegalità del fenomeno, dato anche il numero di nuclei familiari che vi hanno o vi hanno avuto coinvolgimento, è considerata incredibilmente talmente tenue che il reato commesso non comporta reazioni di riprovazione sociale per rilevanti quote della popolazione. Questo malcostume in Italia ha danneggiato e continua a danneggiare l'economia, il paesaggio e la cultura della legalità e del rispetto delle regole. Se nella prima metà del Novecento si portarono a compimento diverse importanti trasformazioni nella previsione legale delle materie riferite agli immobili e nella gestione del territorio, dopo la seconda guerra mondiale si ebbero le prime ondate di diffusa edificazione in spregio delle normative urbanistiche ed edili.



L'abusivismo e la seconda casaModifica

Un importante aspetto dell'abusivismo si riferisce all'edificazione di seconde case. Se gli anni sessanta, gli anni del noto boom economico, erano stati caratterizzati da una grande espansione dell'edilizia residenziale, tanto che il decennio dal 1962 al 1971 è secondo l'Istat quello più produttivo (con circa 3.350.000 unità costruite), ben poca parte di queste era espressamente destinata alle seconde case, anche perché l'edificazione era praticamente gestita da aziende medio-grandi del settore ed anche nelle località turistiche furono preferite formule condominiali di tipo urbano, soluzioni che per quelle aziende rappresentavano risparmi sui costi progettuali ed organizzativi a fronte del minor valore del realizzato (contro costi generali non granché dissimili), oltre che costituire garanzia che nel caso non avessero incontrato successo come seconde case, avrebbero potuto sempre richiamare i residenti per la loro abitazione principale. Piccola parte, si è detto: tuttavia, una pur piccola parte di numeri così elevati, ancora costituiva un intervento di gigantesche proporzioni. Nacque pertanto la corsa alla seconda casa, ed anche questa divenne un'esigenza abitativa da soddisfare secondo le regole o secondo l'urgenza





D'Aguanno Andrea, Iacomini Giorgio Domenico

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